Città mute

 

La leggerezza della carta e l’immacolato candore delle stratificate concrezioni materiche di Wanda Nazzari appaiono la quintessenza stessa di immaginarie città ideali, lontane e irraggiungibili.
Le architetture realizzate con meticolosa cura, quella cura smaniosa e maniacale che piega, incide, cesella, compone e assembla le parti per costruire modelli verosimili di città fantastiche, sono, quelle costruzioni luminose e visionarie, luoghi del desiderio, della memoria, del sogno.
Disposte su piani diversamente aggettanti rispetto alla superficie della carta, le forme scandite in strutture apparentemente astratte, lasciano intravedere, ad uno sguardo attento, l’immagine di città da contemplare da lontano, per stabilire la giusta distanza tra la realtà della materia sagomata e la suggestione evocativa che ne sprigiona. “L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose”: così Italo Calvino descriveva una delle tante città invisibili di cui i lavori di Wanda Nazzari appaiono la felice e fortuita rappresentazione. Cresciute forse per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno, le “Città mute” di Wanda Nazzari non dicono il proprio passato ma lo contengono “come le linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, nei corrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole”.
Involucri finemente ricamati da segni percorribili con lo sguardo come pagine scritte, le architetture senza perimetri certi, talvolta sottili e filiformi come cattedrali gotiche, altre sdoppiate come superfici specchianti, sono, in realtà, metafore di un viaggio intimo e privato, simulacri di un’interiorità dialettica e speculativa. La carta trattata come filigrana si presta alla sapiente manualità con cui Wanda Nazzari inventa un dedalo di percorsi nel cuore di un tessuto urbano frastagliato, asimmetrico, ellittico, in cui è facile perdersi nell’illusione di una realtà tangibile. Al contrario, schermi di luoghi dove non si arriva mai, spazi d’aria sospesi che implicano altri infiniti luoghi, racchiudono quel misterioso segreto di città intraviste non si sa se nel sogno o nella veglia, e di cui rimane il profilo indefinito e incompiuto.
Città caste e disabitate, accolgono e custodiscono i racconti magici di favole da mille e una notte ma anche gli interrogativi del presente incerto ed effimero.

Mariolina Cosseddu

per STANZE  IX edizione - "Architetture d'aria, architetture di terra"