Wanda Nazzari Libri

 

I bianchi volumi della Galleria Spazio Invisibile accolgono sette libri di Wanda Nazzari. La galleria, già ambiente minuto, quasi cappella privata con i suoi archi a vista, sembra oggi uno studiolo che invita al silenzio, come esortava uno dei celebri motti di Isabella d’Este.
I sette libri si presentano a noi con tutta la complessità di interpretazione che lo stesso numero  comporta. Creati allo scopo di raccogliere l’universalità del pensiero, essi rappresentano contemporaneamente cieli, mari e continenti, metalli simbolici del percorso di trasmutazione alchemica; incarnano significati escatologici in un continuo connubio di forze opposte: sono i sette peccati capitali ma anche le sette virtù teologali della religione cattolica. Sono i sette bracci del Menorah ebraico, i sette Rishi (saggi o profeti nella tradizione indiana) dell'Induismo, i sette chakra. Sette sono i passi compiuti da Siddharta appena nato sotto i quali sbocciarono fiori di loto, quel loto che divine piena postura nella meditazione zazen così da trascendere l'universo intero in un sol colpo per tornare all’origine ed essere Buddha.
I libri appartengono ad un momento creativo nel quale l’artista realizza un insieme di opere a cui da il nome di “Origine”. Con questa parola, anch’essa polisemantica, Wanda Nazzari traccia un percorso che ci riporta ai momenti in cui l’educazione paterna ha formato in lei un importante substrato etico di stampo kantiano, sul quale è fiorita poi una profonda e matura spiritualità.
La totale coscienza del valore degli insegnamenti paterni arrivò per l’artista in età matura quando ri-scoprì delle lettere a lei dedicate ed in esse trovò tutta la potenza di un pensiero che nella forza della scrittura si rinnovava come inchiostro ancora fresco. Quelle parole piene di consolazione, che avevano del miracoloso, vennero chiamate dall’artista stessa “Testamento di luce”.
“Custodite la parola” dice Friedrich Wolf, in “L’arte è un’arma”, Wanda Nazzari la custodisce e la tramanda in molte delle sue opere e in particolare nei libri, ora come candide carte  sciolte simili a sutra  o legate insieme da bende che proteggono e risanano, ora come stoffe miniate, ora come sculture forti e fragili al contempo. Nei libri i leitmotiv presenti in tutta la sua produzione artistica si fondono in sintetiche forme, così tra le scritte scavate sul legno o incise nella carta compaiono i nidi, luoghi di luce in cui l’io trova rifugio, spesso protetti da rame tessuto, reso all’occhio morbido velo dipinto.
I testi, in ebraico,  in greco, in arabo, provengono dal mondo sacro, ma tra le pagine capita di scorgere frasi o poesie fuggite dal suo zibaldone dei pensieri per nascondersi in esse con non celata timidezza.  Accade sovente che le parole si frantumino,  con l’agire delle creazione, e divengano simboli autonomi.
Nei sette libri scultura la parola affiora nell’accesa tinta infuocata esaltata dal colore-tema del viola; i veli schermano le tavole, proteggono sì, ma anche ammoniscono e rimandano a riti iniziatici, a prove per ottenere la saggezza e l’illuminazione necessarie alla loro comprensione.
Il verbo-visuale cioè il rapporto tra parola e arte è figlio di una produzione che attraversa tutta l’arte contemporanea, dalle prime sperimentazioni avanguardistiche del secolo scorso ai giorni nostri. Ma al criticismo sociale operato dai movimenti artistici attraverso un linguaggio mutuato dalla comunicazione di massa, Wanda Nazzari contrappone oggi un ritorno all’origine: lo studio, la meditazione, il silenzio, la fusione delle proprie energie con quelle dell’universo; solo così i valori individuali e collettivi, spazzati via dal mondo divenuto ormai troppo assordante, possono essere riscoperti. Questo equilibrio ritrovato è offerto a noi come via tracciata dalla speranza di un futuro migliore; resta solo da decidere se seguirla.

 


Efisio Carbone
dal catalogo "Wanda Nazzari Libri", edizioni Iges, 2011

 

I LIBRI-SCULTURA DI WANDA NAZZARI


In origine erano pagine. Pagine come terreno di sperimentazione. Pagine come luogo capace di accogliere e raccogliere la memoria. Pagine come spazio nel quale proiettare gli impulsi interiori, come dimensione privilegiata per indagare sull’io.
Poi le pagine si sono unite, a formare libri che per svelare il loro contenuto non si servono soltanto della scrittura. Sono opere d’arte, come lo sono le pagine singole, pensate e create in forma di libro, sfruttandone il ruolo privilegiato di mezzo comunicativo e imponendosi, innanzitutto, per la predominante presenza materica, con l’accentuarsi della funzione estetica del supporto che assume una forte valenza espressiva.
Intraprendere un discorso critico sui i libri di Wanda Nazzari significa approfondire un capitolo fondamentale, se non il principale, della vasta produzione personale. Formula compiuta della sua arte, le opere-libro condensano le molteplici direzioni di ricerca intorno alle tecniche e sono insieme espressione delle simbologie, dalle più semplici alle più complesse, che intessono le maglie della poetica dell’artista, universo armonico nella continuità di forme e di idee. Segnano le tappe più significative, siano essi punti di partenza o approdi, di un lungo percorso di produzione scultorea, interessando soprattutto i processi installativi.
Un’analisi che intenda approdare alla storicizzazione delle opere non può sottrarsi dal porre in relazione queste ultime con l’amplissima categoria estetica del libro d’artista, assai prolifera nel Novecento, secolo nel quale ha rappresentato una delle più interessanti sperimentazioni, raggiungendo risultati fortemente innovativi. Categoria che, tuttavia, risulta essere di problematica definizione e interpretazione, considerata la varietà straordinaria di esempi che si snoda dalle prime rivoluzionarie proposte del futurismo alle indagini condotte nell’ambito delle neoavanguardie degli anni Sessanta e Settanta. Certamente un punto fermo è segnato dalle definizioni del libro come “lavoro d’arte” (Celant 1971) e come “luogo di ricerca” (Barilli 1972), interamente pensato e realizzato dall’artista in una combinazione di segni, parole, immagini e supporti. I libri di Wanda Nazzari, pienamente inseribili in questo intricato filone di ricerca, sembrano afferire più propriamente alla categoria dei libri-oggetto per la loro esistenza in unici esemplari, per il loro essere sostanza che si modella come oggetto scultura, più o meno leggibile, e per aver attribuito un ruolo preminente sul piano espressivo alla lavorazione dei materiali. Dai primi libri illeggibili di Bruno Munari comparsi negli anni Cinquanta, senza alcun testo e pieni di comunicazione visiva e tattile (Maffei 2002), i libri-oggetto hanno trovato, soprattutto in Italia, numerosi interpreti nei rappresentanti dei diversi movimenti artistici, in particolar modo di area concettuale: dal rilevante esempio dei concetti spaziali tradotti in libro di Lucio Fontana, ai fogli trasparenti di Piero Manzoni, alle pagine bianche di Michelangelo Pistoletto. Fino ai libri scultura di Enrico Baj, che fa rientrare il libro d’artista in una “tradizione manuale, artigianale, simile a quella dei codici miniati”.
E da un lento e accurato lavoro manuale, testimonianza di irriducibile fatica, nascono i libri di Wanda Nazzari. Artista poliedrica e figura di spicco nel panorama artistico isolano, dopo essersi dedicata alla pittura per diversi anni, compie un’importante esperienza nel campo delle tecniche incisorie e calcografiche; opportunità straordinaria per maturare peculiari attitudini nell’uso dei materiali, con i quali il suo intuito sensibile riesce a intessere un dialogo intimo. Carta, legno, tessuto, colore. Spesso combinati insieme, oppure protagonisti esclusivi, sono gli “strumenti” dei quali l’artista si serve per comporre le sue pagine e i suoi libri, riuscendo ad esaltarne i valori estetici e a saggiarne, per dirla con Munari, “le potenziali capacità di comunicazione visiva”.
Come quando, nelle sperimentazioni dei primi anni Novanta, frammenti di legno inciso e colorato si assemblano in oggetti Nidoscultorei, a formare piccoli nidi ancorati saldamente allo spazio bianco delle pagine. Mai come monadi isolate, ma sempre indissolubilmente legati tra loro da fili intrecciati e colorati che, pur nella loro intrinseca fragilità, riescono ad esprimere efficacemente un concetto di unione, di “salvezza”, oltre a creare un suggestivo effetto di plastica tridimensionalità. Nidi come luogo protettivo, come rifugio pronto ad accogliere e a dispensare amore. Dramma e catarsi insieme. Nidi come punto di partenza per il viaggio della vita nelle pagine dell’installazione Il cerchio aperto del 2001, sintesi estrema di raffinatezza e leggerezza. Metafora di concetti universali ricorrente e fortemente caratterizzante nel percorso di Wanda Nazzari, che la interpretata e la definisce partendo dai confini circoscritti della dimensione soggettiva. E alla materia, quasi come linguaggio cifrato, si unisce la parola: incisa nel legno oppure traccia di colore sulla carta. Necessaria. Nella misura in cui il pensiero per essere percorso ha bisogno della scrittura. Scrittura che insieme rivela e cela, parole come ritagli di un lunghissimo brano interiore, nel quale si intrecciano ricordi, emozioni e riflessioni. E ancora grovigli intricati di fili e parole, questa volta più fitte e numerose, si legano alle morbide “pagine” di stoffa dei cosiddetti libri-nido, risultato di una lunga e seducente ricerca maturata dall’artista alle soglie dello scorso decennio. Quei Nidi, che prima avevano trovato rifugio nello spazio bianco del foglio di carta, sono ora trasfigurati nella forma che rimanda alla struttura del libro: le sottilissime reti di rame, evocatrici di morbidi tessuti, sono come pagine esterne che ricoprono, a simboleggiare protezione, e attraverso le fitte maglie del metallo si scorgono i segreti nascosti all’interno. Ancora nascosti, ma non più chiusi in un antico cassetto. Il libro custodisce i ricordi e li restituisce alla vita.
Una più chiara valenza semantica possiedono invece le lettere ricavate dalla carta con un effetto “in rilievo” nelle pagine rigorosamente bianche, comparse alla fine degli anni Novanta. Sono lettere ebraiche, greche e arabe, le lingue delle tre grandi religioni monoteiste; con brani tratti dal Nuovo Testamento e dalle Lettere di San Paolo. Un senso di inviolata purezza emanano i fogli, anche per la tecnica utilizzata: l’artista come “in una sorta di preghiera silenziosa” (Frongia 2008) si impegna a non lacerare mai il sottile spessore del supporto, ottenendo un effetto di straordinaria delicatezza. Pagine che si uniscono appoggiate su inginocchiatoi di legno ricoperti di bende lacerate, ad esprimere l’intensità e la forza del sentimento religioso nell’installazione intitolata Riconciliazione, realizzata nel 1998 nella Chiesa di S. Andrea a Sassari; oppure sparse sul pavimento, in un ordine che richiama la forma perfetta e carica di simbologia del triangolo, in Discesa a zero del 2000, derivata da una personale esperienza di meditazione zazen.
Quello del sacro è un tema continuamente esplorato da Wanda Nazzari. Dimensione profonda nella quale si addensa il passato, il sentimento religioso, sotteso alle creazioni dell’artista, si è nutrito alla fonte dell’amore paterno, traducendosi in un bisogno interiore di fare appello ai superiori valori dell’etica cristiana, a partire dal principio di solidarietà universale, eletto a unica e imprescindibile via di salvezza. Un riferimento ancora una volta esplicito al raccoglimento è nell’installazione Intervallo esposta per la prima volta a Cagliari nel 2006 e l’anno successivo al Museo MAN di Nuoro. I libri-scultura, interamente realizzati con la carta, si dispongono su tre inginocchiatoi in un percorso che invoca il silenzio. Momento di pausa che purifica e rigenera. Il bianco risplende. La materia prima, depositaria per eccellenza della scrittura moderna, diventa per mano dell’artista da semplice supporto a protagonista assoluta: singolare esempio di come il lento e difficoltoso processo di lavorazione possa condurre all’esaltazione delle sue potenzialità espressive. I libri comunicano attraverso le fittissime incisioni, le minuscole pieghe, il senso di infinito del bianco e lo spessore dei fogli sapientemente composti. Esitante e incerta affiora la scrittura, che si rivela e si nasconde tra le impervie fenditure, ancora una volta ai limiti del leggibile.
Dalla luce che trascorre sulle superfici irregolari della morbida carta, la Nazzari arriva agli intensi bagliori che irrorano le lettere intagliate nei libri di legno, realizzati nel 2009. Secondo un procedimento a ritroso, si serve della materia prima dalla quale la carta è ricavata, richiamando la memoria storica delle tavole incise in argilla di provenienza sumera ed egiziana. Il legno, materiale povero e naturale, lavorato dall’artista fin dalla creazione dei primi Polittici alla fine degli anni Ottanta, è scavato con perizia artigiana a ottenere segni di varie profondità e dimensioni: parole avvolte nel mistero, velate dai sottili fogli di rame, come nei libri-nido. Il risultato è un’emozione forte che scaturisce dall’equilibrio ricercato tra elementi di natura contrastante: la forza plastica del legno e la leggerezza del metallo; le gradazioni cupe del viola e la forza rigenerante del colore caldo, carico di simbologia, che impregna ogni singola frattura. Pittura e scultura convivono, così come le parole e la materia tradotta in “immagine”: suggestive commistioni riconducibili ai più significativi traguardi della ricerca artistica in età contemporanea. Il libro-scultura di Wanda Nazzari non soltanto è capace di comunicare, anche senza pagine da sfogliare, ma con le sue accentuate caratteristiche visive e tattili diventa simbolo di esaltazione e celebrazione dell’oggetto libro, inteso nel senso più ampio, come nobile strumento di tradizione millenaria atto a tramandare la cultura. Un contenuto di sensibile interesse nel momento attuale, considerate le circostanze di riflessione diffusa sul destino del libro di carta, che ha ormai perduto la sua centralità e corre dolorosamente il rischio di annullarsi nella fredda dimensione virtuale.


Rita Pamela Ladogana
dal catalogo "Wanda Nazzari Libri", edizioni Iges, 2011