La voce del silenzio dei monocromi bianchi

(...) Alla potenzialità del bianco e alla sua pregnanza di significati simbolici, si richiama, fin dal 1980, l’opera su carta di Wanda Nazzari, artista dalle molteplici esperienze che si è mossa con grande coerenza e rigore in una innovativa ricerca dove materiali, tecniche, sono stati utilizzati per sperimentare dal campo pittorico a quello calcografico, fino ad approdare a forme scultoree lignee, anche di grandi dimensioni: i Polittici, tavole incise e dipinte.
E alcuni colori sono stati determinanti nella rappresentazione del significato dei suoi concetti espressivi: il verde, il turchese, bagliori di rosso, ma, soprattutto, il viola, vera icona della sua arte, come il blu per il francese Yves Klein. Quando ha intrapreso il suo percLa   collezione del MAN & Wanda Nazzariorso nel silenzio del bianco, quasi a concretarne, inconsapevolmente, il significato simbolico assegnatogli da Kandinsky, ha scelto il supporto cartaceo e la sua purezza originale, ricercando in un materiale, semplice e prezioso al tempo stesso, la potenzialità della scrittura. Ha spesso utilizzato formule segniche talvolta criptiche, senza un significato apparente, in una sorta di rappresentazione privilegiata della parola che riesce a svelare e, contemporaneamente, a conservare la segretezza di ricordi, pensieri, sensazioni, dubbi, speranze che hanno attraversato la vita dell’artista, ma forse anche quella di ciascuno di noi. Da ibrida stenografia persino di sogni, talvolta la scrittura ha assunto una valenza linguistica e segnica ben riconducibile al suo valore storico e semantico: ecco allora apparire, nel 1998, le Pagine, alcune tratte dal Nuovo Testamento, trascritte in questo caso nella lingua ebraica. Un brano della II Lettera ai Corinzi di San Paolo emerge da due splendidi fogli affrontati e inscritti in una sagoma dalla sommità curvilinea, memore di quella delle Tavole di Mosè, secondo la secolare tradizione iconografica, nell’intimo collegamento, tra l’Antico e il Nuovo Testamento (...). La Nazzari, con la intensità della sua personale e profonda attitudine meditativa, ha voluto lasciare il segno forte della traccia della memoria che procede in un gioco di lettere di una lingua antica, di un’antica civiltà, in un passato che diventa presente e vorrebbe essere futuro: così le parole, anche se non facilmente decifrabili, Se uno è in Cristo, egli è una creatura nuova (2 Cor. 5,17), affiorano, con la potenza del segno, dal silenzio del bianco e ci ripropongono l’appassionata supplica di Paolo: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio!» (2 Cor. 5,20). Quando la nostra artista titolava Riconciliazione l’installazione eseguita nel 1998 per la Chiesa di S. Andrea a Sassari, evidentemente in esplicito omaggio al testo di Paolo, auspicava con lui il superamento della discordia con Dio, presupposto fondamentale della pace nel mondo. Posizionava le pagine con la scrittura in ebraico su due inginocchiatoi interamente avvolti da bianche bende, fortemente allusive alla pietas riparatrice nei confronti di un’umanità ferita.
L’inginocchiatIntervallooio ha un interesse paradigmatico per Wanda Nazzari. Esso è la concreta dimostrazione della sottomissione alla divinità, della ricerca della verità, del rapporto col sovrannaturale; è un elemento che vuole essere salvifico e, perciò, denso di significati. (...) Anche la lingua della scrittura, l’ebraico, che l’artista sceglie, è da inserire nello stesso spirito di incontaminazione che anima tutta la sua produzione: non le lettere latine, ormai intaccate da un’evoluzione secolare, ma le lettere ebraiche, quelle del Vecchio Testamento, quelle più vicine alle antiche pulsazioni religiose. (...) E non sono occasionali i riferimenti a Paolo, detto l’apostolo delle genti, che sulla via di Damasco, pentito, abbracciò la nuova religione e la predicò in tutto l’oriente. Lo stesso suo pentimento accentua l’idea del sacro che permea la personalità dell’artista. Per accostarsi alla divinità è necessaria la coscienza dell’errore, la volontà di aprirsi alla nuova vita e Wanda Nazzari in tutta la sua produzione, anche quando non è palesemente espresso, rivela uno spirito profondamente mistico, vicino a quello dei vecchi maestri della fede, soprattutto evidente nella sua peculiare speculazione sul sacro. Si mette alla prova anche con la scrittura di altre religioni, incidendo frasi in greco e in arabo; mischia le pagine monocrome e le sparge sul pavimento, titolando la installazione del 2000 Discesa a zero, alludendo a tecniche di meditazione orientale, esperite in un tentativo di personale rinascita.
Costruisce altri fogli che più tardi, tra il 2005 e il 2006, rilegherà in forma di libri, quasi a dare una sistematicità a un procedimento di scrittura personale di appunti, accumulati negli anni: in realtà la scrittura si cela, tracciata in forme miniaturizzate e vergata in rosso, talvolta scivola in rivoli sanguigni pulsanti di vita dagli anfratti creati nella carta incisa, strappata ad arte, simbolo dei recessi della memoria dove si nascondono i più segreti pensieri. E l’invisibile sembra voler diventare visibile. In realtà l’artista compone oggetti raffinati, forme scultoree dalla inusitata leggerezza, pagine volte alla comunicazione, con un’invenzione tipografica capace di galvanizzare un bianco, la vibrazione luminosa di una linea, la produzione di uno spazio. La scrittura assume, così la forma di un’impronta, in un gesto totalizzante di traccia e percorso di vita, sia che i libri vengano posizionati sui leggii, come a suggerire allo spettatore di compiere un percorso di lettura interlinea, difficile, ma non impossibile, come nei Libri illeggibili di Bruno Munari: oggetti fatti di materiali da guardare e toccare coi quali un maestro del Concretismo ne ribaltava, nei primi anni Cinquanta, la funzione comunicativa. La Nazzari ha, invece, sempre conservato il ruolo tradizionale di trasmissione di idee nei suoi libri, anche quando li ha collocati sui bianchi inginocchiatoi “bendati”, in un esplicito invito a un suggestivo e coinvolgente momento di sosta che chiama Intervallo, per chi cerca nella lettura una pausa che placa l’inquietudine della vita, interpellando anche il silenzio. L’artista suggerisce, inoltre, la possibilità di sognare e, forse, di entrare in contatto col soprannaturale, quando dà forma, manipolando con maestria la carta e la sua intima fibra, ad immagini di ali, immagini a lei care e spesso ripetute negli anni con tecniche diverse. In una sintesi affascinante, si potrebbero individuare due elementi di riferimento nel percorso allegorico da lei attribuito alle ali: dalla pausa silenziosa del sonno, evocata dalla testa di Hypnos nell’olio Une Aile bleue del 1894 del pittore belga simbolista Fernand Khnopff, a strumento ascensionale, legato alle figure angelicate, «proiezione dall’interno di fantasmi e memorie», dipanate, negli anni Cinquanta, da Osvaldo Licini in forme memori di Klee e Mirò.
Il frullare delle ali spesso si spegne nei Nidi e questa forma-metafora è una speciale “invenzione” che connota da decenni l’itinerario artistico della Nazzari.La collezione del MAN & Wanda Nazzari Il nido ha una sua valenza simbolica di forte impatto emotivo: è un rifugio naturale, simile a quello nel ventre materno, è simbolo di pace, di sicurezza, di dolcezza. I Nidi, nati come assemblages di materiali diversi, effettuati per lo più sul nitore della carta, assumono la forma di un bassorilievo policromo o di un quadro tridimensionale, comportando l’eliminazione del confine tra pittura e scultura, introdotta, fin dai primi anni Dieci del Novecento, dalle opere polimateriche di Picasso e di Braque. Quando nel 2001 l’artista arriva a concretare i Nidi embrione, percepisce maggiormente l’urgenza di utilizzare il bianco, «un nulla prima dell’origine, prima della nascita», come lo aveva definito Kandinsky. Uniforma con questo colore, modulato dalla luce, materiali diversi che levitano senza peso sul mistero della creazione della vita: legno, cotone, segni viola di annotazioni e intimi ricordi, materiali velati da una tarlatana, a nascondere così, con la tramatura leggera di un lembo di tessuto, l’idea che deve viverci dentro, il moto vitale che da esso scaturirà. Sono forme offerte allo sguardo nella loro suggestione materica e, al tempo stesso, celate nel loro significato più profondo, frutto di una pulsione come interrogazione sulla vita e sulla perfetta unicità della sua origine. Non a caso l’installazione, nella quale i Nidi embrione sembrano levitare senza peso su esili leggii, è intitolata Il cerchio aperto, dove il cerchio richiama, simbolicamente, l’immagine cellulare nella quale l’essere, lentamente, acquista la sua prima possibilità di esistere.
Ancora una volta il monocromo di Wanda Nazzari penetra nell’infinito dello spazio-tempo in una continuità immediata tra emozione e colore, tra osservazione della realtà e creazione lirica e fantastica.
(...) Nel bianco la Nazzari, trova (...) la luce, la sintesi additiva di tutti i colori teorizzata da Isaac Newton e da Eugène Chevreul, luce che esalta la pulsazione organica delle superfici, facendo penetrare nello spazio l’espansione emotiva della stessa opera, all’unisono con la sua personale soggettività, vivificata da una forte tensione interiore. È un’artista che pone molta cura nella scelta e nella preparazione dei materiali e del colore utilizzati, in un impegno costante, il cui risultato non è espressione di angoscia, ma di tensione al raggiungimento di una dimensione positiva, oltre le incertezze, le paure che pervadono il nostro mondo. Dal movimento artistico dell’Informale deriva la sua individuazione delle possibilità espressive della materia, ma con una speciale attenzione a far emergere, non il gesto dirompente, ma una metodica, lenta, superfetazione dei materiali.

La collezione del MAN & Wanda NazzariWanda Nazzari decanta l’urgenza delle emozioni nella meditazione e nella contemplazione e al clangore dei disordinati e assordanti rumori che provengono dall’esterno, preferisce l’avventura nei mondi silenziosi dei percorsi dell’interiorità. Proteggendo la quiete raggiunta con la potenzialità espressiva insita in forma, colore, materia, meticolosamente studiati e assemblati, elementi costitutivi della sua poetica, raggiunge una personalissima e autonoma espressione d’arte, ricca di stimoli e di suggestioni simboliche, in una qualità formale di grande originalità, ma sempre in linea con la temperie culturale e artistica contemporanea e continuamente calata nei temi che animano e travagliano l’esistenza umana.
Un discorso a parte merita l’inserimento dei monocromi di Wanda Nazzari nell’itinerario museografico individuato, all’interno della collezione di opere di artisti sardi del Novecento del MAN, dalla direttrice Cristiana Collu.
Sovvertendo ogni buona norma cronologica e temporale si è creato, tuttavia, un progetto innovativo, realizzato, di pezzo in pezzo, in un processo dialettico che decostruisce l’immagine tradizionale del percorso museale, per privilegiare la soggettività dello spettatore, ripristinando la sua centralità e la sua capacità di muoversi tra esperienze e suggestioni disparate e scoprire relazioni e diversità tra le più varie immagini, storie, forme d’arte. Il continuum creativo, che spesso supera i suggerimenti offerti dall’allestimento, contribuisce, tuttavia, ad evidenziarne la sua flessibilità.
Queste riflessioni accompagnano la visita delle sale, da un piano all’altro, e ci costringono a montare e a smontare vicende storiche di un’arte figurativa, che dagli inizi del Novecento fino agli anni Quaranta, ha segnato fortemente l’identità della nostra isola in volti, colori, paesaggi, episodi di vita sacra e profana che fanno parte dell’immaginario collettivo.
Così ci disponiamo ad ascoltare i silenzi delle recenti opere della Nazzari, accompagnati dai paesaggi notturni estremamente suggestivi di due maestri La collezione del MAN & Wanda Nazzaridell’arte sarda: la Serenata del 1918 di Giuseppe Biasi e il più tardo Canto a tenores di Giovanni Ciusa Romagna suggeriscono la pace profonda di angoli di paese, ovattati dalla quiete del sonno, non scalfita, ma protetta dalla musica sommessa che si innalza verso l’azzurro e il cobalto del cielo. Guidati e rassicurati da scene ancora riconoscibili, se oggi percorriamo le strade e i paesi delle zone interne della Sardegna, giungiamo, all’improvviso, all’astrazione delle forme e all’emozione dei bianchi della nostra artista.
Sei grandi pagine del progetto istallativo Interlinea sembrano segnare indelebilmente un’intera parete, ma anche la nostra emotività: campeggiano in una mise en page che costituirà il filo conduttore delle opere esposte, caratterizzate da un campo monocromo finemente modulato, nelle quali ogni riferimento al reale è abolito in favore di una visione interiore, espressa attraverso la manipolazione raffinata della materia, soggetta alla vibrazione della luce. Di fronte, la grande tela del 1926 de La cacciata dell’arrendadore di Mario Delitala: forse l’affollata e chiassosa prima seduta del Consiglio Comunale di Nuoro del lontano 1772, evocata dall’artista oranese, sembra creare un dialogo dissonante con le opere, frutto di silenziosa meditazione, della Nazzari. La focosa passione che pare vivificare un brano di storia sarda è, d’altronde, acuita da accensioni di forme e colori che emergono da cupezze d’ombra, memori delle esperienze degli amati pittori veneti del Cinquecento. Ma subito i toni si smorzano, almeno nei contenuti, e un rapporto di segreto colloquio con lo stesso artista sembra instaurarsi attraverso la lunetta La Fede, ancora parte della decorazione della Sala consiliare nuorese: suscitano, infatti, euritmiche corrispondenze l’intima preghiera delle due figure, che si leva sul lontano salmodiare di un processione, e l’emozione del silenzio sacrale dei monocromi, appena solcato da un battito d’ali.

La collezione del MAN & Wanda NazzariSi tratta di un vero e proprio incontro e scontro di epoche, di forme espressive, fino a tramutarsi in un dialogo, basato su riti di fede che attraversano lunghe distanze di tempo, oltre sessant’anni, talvolta fino a sfiorare un secolo di vita artistica. Quando sullo sfondo della sala vediamo snodarsi la Processione di Giovanni Ciusa Romagna, gli sguardi dei suoi personaggi sembrano attratti da qualcosa che capta la loro attenzione: in un immaginario rimando di specchi, i nostri occhi si posano su tre inginocchiatoi splendidamente suggestivi, avvolti da bianche bende, i quali sorreggono tre candidi libri aperti su pagine che invitano a fermarsi, a meditare, in una sosta che sembra avere interrotto anche il fluire dell’incedere dei fedeli che procedevano per le strade di Oliena, nel 1933. L’Intervallo, creato oggi da Wanda Nazzari, ha fatto scaturire il sortilegio di un silenzioso, ideale rapporto di emozioni, in grado di superare, con la forza evocativa del profondo, i limiti dello spazio-tempo.
Il Venerdì santo del 1940, sempre di Ciusa Romagna, carico di assonanti valenze simbolico-religiose, accentuate dal viola, mostra la continuità di un dialogo alla distanza, anche per l’uso di un colore prediletto dalla nostra artista, da lei utilizzato, però, non come nella tradizione cristiana simbolico di lutto, ma per la potenzialità e l’armonia che sprigiona. Soltanto iconografico è, invece, il rapporto tra la bianca pasta marmorea delle Ali alla Patria dello scultore Francesco Ciusa e le candide forme alate della Nazzari. Come, infatti, avvicinare due mondi così diversi, l’uno espressione della retorica fascista, l’altro manifestazione di un intimo sentire?
Al piano superiore i grandi fogli monocromi Interlinea di Wanda Nazzari sembrano penetrare nell’infinito dello spazio attraverso l’espansione di segni e La collezione del MAN & Wanda Nazzariforme, superando anche i limiti dettati dal tempo: il loro percorso si intreccia, infatti, nella linea del sacro, con quello delle opere di Biasi e di Antonio Ballero, con i loro riti di preghiera all’interno di una dimora, di una chiesa, o all’esterno, nei campi, dove la comunità si riuniva, fin dagli inizi del Novecento, per espletare un rito di devozione collettiva.
In solitario silenzio vive la suggestiva riproposta installativa Discesa a zero, venti pezzi del 2000, questa volta collocati a parete, fogli che portano i segni di antiche scritture fortemente semantiche, tangibili tracce di un’attitudine meditativa, esperita attraverso un lungo percorso di indagine interiore, di riflessione, di preghiera.
Nel piano successivo si snoda una teoria di figure femminili, ritratte da Edina Altara, Biasi, Ballero, Ciusa Romagna, le quali sembrano essere la chiave di apertura al mondo degli affetti familiari dell’artista nuorese Francesca Devoto, rappresentato da una sequenza di significative opere degli anni Trenta. Questa volta il silenzio degli spazi di una dimora signorile, l’intima serenità raggiunta anche con il conforto della compagnia degli amati libri di lettura, aprono un dialogo più stretto con la scrittura interlinea della Nazzari degli splendidi diciannove fogli della parete di fronte. Le modulazioni del monocromo bianco, in assonanza con simboliche tonalità del sentimento, entrano in sintonia con la liricità e l’armonia musicale ricercata dalla pittura della Devoto nel suo solitario e meditativo percorso artistico. Wanda Nazzari, come sempre, sostituisce alla rappresentazione del reale l’immagine di una natura interiore, nel tentativo di dare all’emozione la sua piena concentrazione.

Il Cerchio apertoIntanto, a conclusione del percorso, si intravede in scorcio l’intervento istallativo Il cerchio aperto, del 2001: otto nidi embrione, suggestive creazioni della Nazzari che palpitano all’unisono, con coreografica regia, sul supporto di sottili leggii. Un inno sommesso all’origine della vita, nella concezione che molto del nostro destino sia iscritto nel DNA prima della nascita. La sensualità onirica, attraverso la quale l’artista proietta le sue sensazioni più profonde e le nasconde sotto un velo di tessuto, contrasta con l’esplosione vitale che promana dalle figure femminili dipinte da artisti sardi tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento: dal rapporto d’amore tra un essere mortale e uno divino, Giove, sotto le spoglie di un animale, nella Leda con cigno di Giacinto Satta, mito assai caro al precursore del Simbolismo Gustave Moreau, col quale si vuole simboleggiare il principio della vita, alla erotica nudità della Modella in riposo del 1934 di Pietro Collu.
La mostra di Wanda Nazzari trova la sua più appropriata conclusione nella grande esposizione Il luogo ideale. Il paesaggio simbolista in Francia, ospitata nell’ultimo piano del MAN: in essa è, infatti, possibile identificare ulteriori punti di contatto con l’imagerie di artisti quali Carlos Schwabe, “pittore dell’anima”, con le sue immagini alate, Charles Marie Dulac con l’intimismo spirituale dei suoi monocromi paesaggi e Henri Le Sidaner con la sua Bruges pervasa di silenzio, la città morta cara allo scrittore Georges Rodenbach e al pittore Fernand Khnopff.

Maria Luisa Frongia, catalogo "DNA. La collezione del MAN e Wanda Nazzari", 2007