Wanda Nazzari. Opposte pulsioni

Opposte Pulsioni - PolitticoUna apparente compostezza, una misura quasi classica e un arcano rigore informano i Polittici e i pannelli di Wanda Nazzari. Vere e proprie pitto-sculture che nella loro articolazione ambientale e nella loro essenza oggettuale – mai casuale ma puntigliosamente organizzata - contemporaneamente strutturano e condizionano lo spazio fisico e si pongono come signacula di una complessa realtà interiore.
Questo perché, il sostanziale equilibrio compositivo è coscientemente contraddetto da un lavorìo di superficie che rivela un’ansia di ricerca e Opposte Pulsioni - Politticoun anelito a una dimensione interiore “profonda”. Quasi un controcanto alla meditata ponderazione di insieme che svela, viceversa, una vis tutta romantica, nell’accezione più pregnante del termine.
Sono superfici corrusche e corrose, ottenute mediante un lungo e attentissimo lavoro di intaglio che solo una pluriennale consuetudine con le tecniche incisorie può garantire, e nel quale la sgorbia incide, slabbra, sfrangia e solleva il legno, ottenendo, nonostante l’apparente uniformità e la certosina meticolosità, un singolare effetto di movimento e di tensione lineare, poi enfatizzato dall’elemento coloristico, non semplicemente sovrapposto ma funzionale e strettamente correlato al disciplinato rilievo.
I colori che ammantano le superfici lignee per lo più appartenenti alla gamma dei blu, dei turchesi e soprattutto dell’amato viola, mai piatti ma vibranti per le sapienti velature che li originano, evocano allo stesso tempo, nella loro pluralità di significati, atmosfere cupe e notturne, l’interiorità dell’anima, la mestizia del lutto o, viceversa, soprattutto col viola, il vitale seppure pacato movimento dei fluidi, l’armonia tra gli oppsti afferenti sia alla dualità spirito-materia, sia allo scontro tra sereno raziocinio e focosa passionalità.
E sotterraneo, dalla superficie alveolata, affiora un fluido magmatico e incandescente che, di tanto in tanto, dove ha ceduto la ruvida crosta, erutta e accende. Una ferita, una lacerazione, una sofferenza esistenziale, la quale, ancorché dolorosa e traumatica, è niente affatto funerea ma cova piuttosto, in un anelito di infinito e in virtù di un disperato ottimismo un’immensa e irrefrenabile vitalità.

Ivo Serafino Fenu, 2000