Le Voci Illese

Le voci illeseUn lavoro di Wanda Nazzari non è mai innocuo o inerme: nasce sempre da una presa di coscienza dolorosamente maturata del farsi dell’opera e ne reca impresse le tracce e i segni.
Anche quando si presta ad una lettura benaugurale e gioiosamente ricca di fermenti vitali come “Le Voci Illese”, la composizione collocata nella più piccola delle stanze e la più adatta a contenere la verginità di una nascita.
Da un terreno fertile di terra umile e pastosa un insieme di piccole teste bianche si dispone a formare un triangolo che sembra emergere lentamente dal sostrato terroso e cercare la luce.
Sui volti, con infinita cura, Wanda Nazzari ha esercitato un paziente lavoro di leggeri bendaggi, fino ad infondere alle forme plastiche un’aurea di vita nascente nel biancore assoluto della forma.
Un sottile intreccio di fili d’oro e bronzo ricopre ogni singola figura e con discrezione e cautela la preserva dall’insensatezza del tempo ma, contemporaneamente la apre alla necessità della comunicazione, luogo imprescindibile di ogni operazione estetica di Wanda Nazzari.
Anche questo lavoro, dunque, prosegue e ribadisce la poetica esistenziale che l’artista da diverso tempo elabora e che, qui come altrove, si concretizza nella valenza affidata alla tecnica di sapienza artigianale da una parte e alla dimensione concettuale entro cui si muove dall’altra.
Ed è proprio su questo piano che il linguaggio della Nazzari va stratificandosi di echi simbolici e suggestive metafore: a cominciare da quella del Nido, luogo centrale di tutta la sua poetica, che qui riaffiora e si amplifica a contenere altri percorsi di senso che investono le forme (il triangolo), le tecniche (il bendaggio) e i materiali (la terra, il bronzo, l’oro).
Ma ci ha anche messo sull’avviso, da tempo, che ogni metafora può contenere il proprio contrario e che l’ansia di vita nasce da un dolore di negazione e di morte. E’ così, allora, che l’opera, nella lettura emozionata che necessariamente prescrive, si fa ambivalente e cela, nella calda luce che la investe, un lato oscuro di sacrificio e di immolazione e lo spazio diventa altare sacrificale.
La sensazione che se ne riceve è, dunque, ancora una volta, una consapevole sospensione tra luogo mistico e dimensione onirica, ma anche, decisamente, la dichiarazione di fede radicale nella funzione dell’opera e del fare artistico.

Mariolina Cosseddu, catalogo Stanze, 1999