Wanda Nazzari, fogli che sfidano la luce

Scolpire la carta, scavarne le fibre fino a farle vibrare e scriverci sopra e poi nascondere le parole: cimento d’artista su un materiale friabile e prezioso. (...) la nuova personale di Wanda Nazzari s’intitola “Interlinea “ ed è presentata da Mariolina Cosseddu. Fitti di segni, stracciati e ricomposti, i fogli di smilzi “quaderni” appesi alle pareti recano tracce di pensieri, di versi, di progetti.
Di un girovagare tra gli impianti geometrici di forme piramidali e l’irregolarità di margini strappati che appalesano, e celano, rivoli minuti d’inchiostro rosso. Deposti, per il momento, i grandi legni e le strutture verticali, l’artista concentra nei candidi supporti alcune costanti della sua tematica. Bianco su bianco, in una sfida alla luce, tornano le sagome frammentate, le tensioni, i fili interrotti, i “nidi”, che nei pennelli uniti alla sgorbia raccontavano, nei quadri e nei polittici, l’abilità tecnica e l’impeto lirico di Wanda Nazzari.
La quale definisce “pausa di silenzio “ questa produzione d’accanita monocromia e rinuncia, per una volta, come per un bisogno di sottrarInterlineasi a se stessa, al colore che meglio la esprime, il colore viola. Che diventa nero pece in qualche dettaglio di opere che riportano la scrittura ebraica scolpita a rilievo, in una strenua ricerca che va oltre il significato delle parole per farsi evocazione di una spiritualità indagata per molte vie, dalle Lettere di San Paolo ai Corinzi alla lezione dei suprematisti.Si leggono, vergati sui fogli come degli appunti veloci, i nomi di Mondrian, di Kandjnskij, di Max Ernst. Solo nella citazione dei maestri innovatori la grafia si porge apertamente, non si tuffa nei risvolti della carta incollata, non s’infila lungo i margini delle lacerazioni né si fa indistinta e irriconoscibile. Offerta e rifiutata, la scrittura è per Wanda Nazzari un elemento carsico, un tramite irrinunciabile ma bisognoso di una protettiva oscurità. Il Logo, la parola, si propone, ancor più reticente, nei tre libri posati su leggii foderati di tela olona come le copertine. Fasciati di strette bende - stramate tanto da far colare matassine di filo ingarbugliato - serrano pagine lavorate al rasoio, in una finissima incisione che scarnifica la cellulosa e le attribuisce valori plastici. Una bidimensionalità che genera riflessi, ombre, chiaroscuri e anima le pagine di una parvenza d’ali. Posati sui muri o sugli spartani leggii, i fogli lievemente flessi sembrano infatti palpitare, seguendo la variabile densità della scultura. Il vuoto di pagine intonse si alterna all’incresparsi di millimetriche fratture che cambiano direzione, si avvicinano sino a sfiorarsi, si contrappongono. Resistenti sulle fragili basi, sono gli esiti di una dialettica che trova sempre nuove espressioni nell’ambito di una ricerca ultradecennale, come spiega nel suo testo in catalogo Mariolina Cosseddu, a proposito di “Interlinea”: “E si spiega, così, anche quest’ultima fatica che ha una storia passata e apre ad un prossimo presente. La genesi di questi lavori ha, infatti, un momento aurorale che può essere identificato nel ritrovamento e nella rilettura di vecchie pagine di quaderni custoditi in fondo ad un cassetto e occasionalmente emersi dal chiuso del tempo.”

Alessandra Menesini,  l'Unione Sarda, 2006