Ma a Sarajevo può essere ancora Presepe

 

Non c’è Betlemme ma Sarajevo nell’ultima stanza, la più grande. E non c’è solo l’anuncio della vita che nasce ma anche quello della morte che incalza, del buio che prevale sulla luce. Il Presepe di Wanda Nazzari è fatto di croci.
La più grande di legno viola scuro lavorato col bulìno, è una sorta di V inclinata alta due metri e quaranta centimentri. Una pietà rattrappita, abbozzata, stilizzata, non per questo meno dolente, che regge un nido di tela scura stracciata e indurita dalla vernice. Un grande grembo che porta con sé la voglia della rinascita.
“A Sarajevo ancora” è il titolo del Presepe, dove l’avverbio di tempo non significa la reiterazione di una lunga agonia ma il contrario esatto. Ancora come in passato, ancora come nella Sarajevo di un tempo ma anche come a Betlemme. In quel nido immenso c’è posto per tutti gli uomini di buona volontà. Purché siano vigili. Purché non perdano di vista quell’altra piccola croce trasparente che una luce diretta rimanda sulla parete.
La croce quasi non si vede, quando gira su se stessa, per un attimo, diventa una lama sottilissima che non occupa spazi e non trapassa corpi. A ferire come una corona di spine è quella proiezione sul muro. Più reale della realtà, così come l’arte può essere più significativa della vita.

 

Maria Paola Masala, l'Unione Sarda, 1994