Di luoghi e di tempo

 

"Di luoghi e di tempo", personale di Wanda Nazzari (...) è la summa distillata del percorso artistico di questa "pitto-scultrice", visto che i suoi lavori stanno proprio lì, sul limitare fra una tensione cromatica e la tremula lacerazione della superficie.
Scavare per scovare: quasi un motto cui la Nazzari obbedisce con risoluta costanza dall'inizio della sua ricerca. Scovare gli appigli per una traiettoria artistica, ma anche esistenziale, che non sia meramente autoreferenziale, come avviene per molti artisti, ma che costituisca un canale privilegiato di comunicazione col prossimo, fossero solo le erranti figure che, per volontà o per caso, si ritrovano a girare attorno alle sue opere.
Sillabe di un dialogo interiore, queste stele che la Nazzari compone in scansioni di cinque scompongono poi di fatto la visione al loro interno, riservandole un calibrato rimando di forme che da uno all'altro questi legni verticali si rimandano; o collocando, nel nucleo compositivo di alcuni "Polittici", uno scarto materico-coloristico, spessore inatteso, scoperta concrezione di un desiderio a lungo inconfessato, quello di un nido originario, tautologia di un'interiorità, che non cessa di interrogarsi e cercare risposte. Risposte che trova attraverso una sorta di Di luoghi e  di tempo, 1994scrittura automatica, precisa, calcolata ma altrettanto autonoma nel suo concretizzarsi, quasi che l'esigenza di questo partecipare la propria interiorità al mondo diventasse abnegazione al gesto rituale, maniacale, salvifico dell'incidere una superficie lignea, e dell'inciderla volutamente contro filo perché vi sia come una mortificazione maggiore, una dichiarata immolazione a quell'estremo tentativo di dare risposte che esprime ogni ricerca artistica consapevole.
Quando compone installazioni con stele, quando si misura con le ortogonali di un pannello di multistrato quadrato, quando tesse, aggroviglia, strama fili, quando, ancora, è la carta lavorata a pressione la leggenda che decodifica angosce e proiezioni dell'anima, Wanda Nazzari ascolta pochi verbi cromatici: il viola, il verde petrolio, il bianco. Ma spesso sotto queste dominanti, di cui il viola è la preponderante, può esserci in agguato il bagliore di un rosso, la sua dirompente irruenza, o una scaglia di legno in superficie può diventare improvvisa concessione a un giallo acceso. Se il viola è "colore della rigenerazione", come lo definisce Alessandra Menesini, curatrice della mostra, gli altri sono l'annuncio che questa è iniziata.

Raffaella Venturi, 1999