Wanda Nazzari. Pagine

NidoLa forma del Nido è presente nei lavori di Wanda Nazzari sin dai legni policromi dell'84, nei fogli bianchi a manopressione e negli acquarelli inediti dell'87 e dell'89, ma come forma ancora inconsapevole, che si perde neglin equilibri delle partiture di colore.
Nei legni del '92 le connotazioni che l'avvicinano al nido sono già fortissime, quasi imitative nella ritessitura di striscie di stoffa stramata e aggrumata di colore.
Solo nel 1993, con il "Nido per Ada", questa forma diventa autonoma e Wanda Nazzari comincia a scoprirne le straordinarie potenzialità.
Il nido è utero, è culla, è luogo del sentire e del creare.
Quale forma più di questa, se vissuta a pieno, può costringere l'artista a rivelarsi nella propria interiorità?
Mai così calata nel presente storico mai così ripiegata su se stessa, Wanda Nazzari per il Natale del '93 offriva alla città di Cagliari, nei sotterranei della Galleria "Capidepoche" un "presepe" di straordinario impatto emotivo "A Sarajevo ancora", opera in cui si fondeva la simbologia cristiana della vita e della morte, il senso tattile del nido violato, il potere del monumento e l'efficacia teatrale del grido.
Ormai consapevole del cambiamento di percorso nella sua storia d'artista, Wanda Nazzari potenzia il suo raccoglimento e continua a interrogarsi e a rivelarsi(...).
Cerca una sua cifra autonoma e la trova in un linguaggio in cui convivono l'immediatezza e la'asperità espressionista, la tattilità materica e la purezza dell'astrazione.
Le viene in soccorso tutto un patrimonio di esperienze grafiche e coloristiche, di affinamento artigianale ed estetico.
Il viola con cui aveva colorato l'albero di Plexus, dipinto i legni totemici, impreziosito gli acquarelli, già sperimentato nella sua carica drammatica negli acrilici sulla guerra del Golfo e nel "presepe" del '93, trova in queste ultime opere la sua utilizzazione più vera come colore dell'approfondimento e d ella partecipazione.
Il legno, materia prima conosciuta, amata ed esaltata in anni di paziente lavoro, viene ora lacerato in piccoli pezzi, graffito, inciso, scavato e ricomposto, con una stratificazione sapiente, in nuclei espressivi carichi di valenze interiori. I nidi sono diventati i luoghi dell'uomo del nostro tempo, e il bianco e il rosa tenero, d'intonaco distanza, sono le tracce di una violazione intima.
Leggere queste "pagine" significa seguire i grafici rapidi delle emozioni, sostare nei nuclei lacerati, impigliarsi nelle ragnatele di filo stramato, piegarsi sui frammenti di scrittura, legare anche noi i nostri pensieri col "filo viola della mente".

Francesca Angela Zaru, "Pagine" Mostra Personale, 1994