Nidi e ali nella poetica di Wanda Nazzari

 

(...) Wanda Nazzari esordisce ufficialmente nel 1980 nel procelloso mondo dell’arte, con una personale alla Galleria “La Bacheca “ di Cagliari. Da allora un lungo e fitto curriculum espositivo, in sintonia con una ricerca mai interrotta nonostante i risultati raggiunti. Nel 1993 presenta a Capidepoche - bel luogo con una grotta e una cisterna nel cuore di Castello - uno straordinario nido viola che era un intenso presepio. Il titolo, “A Sarajevo ancora”, offriva a quei cieli di guerra il morbido e sfaldato riparo di un giaciglio sospeso tra pareti di roccia.
Fedele a una poetica che parla di catarsi e rigenerazione, Wanda Nazzari munisce le sue metafore di pelli cangianti e mutevoli sembianze, le cela spesso sotto false spoglie. Chiama “nidi”, “ali”, “lettini”, le costruzioni - non importa di che dimensione - che si nutrono di tela olona sfilacciata, di incollature di legni, di parole scritte e versi vaganti, di un colore, il viola, che non sparisce mai, anche quando diventa scuro come il nero o bollente come il rosso.
(...) Si chiamano “Silenzi” le pause dove Wanda Nazzari gioca con le infinite possibilità della linea. Linee rette, di algida precisione o linee curve che rimandano all’idea dell’onda, onda sonora vibrante sino alle estremità del foglio. I calchi sono talvolta ridotti a pochi puntini seminati accanto a un verso, a un piccolo disegno, in lavori distesi come gli acquerelli che hanno toni tenui, ritmi gioiosi, i pennelli che velano appena il fondo. Uno stacco ristoratore in un operare altrimenti incessante e che non conosce steccati o generi.
Wanda Nazzari si cimenta con tutte le espressioni artistiche, ha affrontato regia, musica, teatro, danza. Performances che hanno avuto luogo sovente nei locali del Man Ray, centro culturale da lei diretto con passione ed energia e dispendio di forze fisiche e morali. Al Man Ray - sale ombrose, scalette scivolose, intonaci in caduta libera - sono andate in scena “Nascono farfalle morte”, ”Le voci illese”, “Fessura di tempo”, “Sonora”, per citare alcuni titoli. Per tre soli giorni, l’apparizione delle “Ali”, grandi, struggenti arti di tela strappata che custodiscono frammenti di quadri distrutti e il ricordo di una giovanissima amica scomparsa. Wanda NazzariDistese sotto il cielo di pietra del Man Ray erano (sono) un labile tenerissimo monumento alla memoria e al ricordo. E nelle rassegne dedicate agli artisti colleghi, i pavimenti del sotterraneo di Palazzo Amat, avita dimora prestata all’arte contemporanea, si sono coperti di sale, di terra, di zolle di prato.Né l’intrepida si ferma di fronte alle chiese, alle piazze cittadine, ai parchi pubblici, ai musei. A Sassari (per Arte, Evento, Creazione, 1998) nella chiesa di Sant’Andrea al Corso ha ideato “Il cielo è bianco”, installazione ispirata al cammino, alla penitenza, alla riconciliazione nella parola. Il percorso iniziava con una serie di teche trasparenti posate per terra. Dentro di esse, candide pagine scolpite in lettere ebraiche che assumevano levità di ali (ancora). Un breve, intenso incedere portava agli inginocchiatoi fasciati di balsamiche amorevoli bende bianche. Non un angolo di legno usciva dalle garze di tela, il lavoro di faticosa armatura avvolgeva in un unico sudario il luogo antico della speranza. Sugli inginocchiatoi, sculture di carta che vibravano in un movimento più libero, come di sollievo. Nella chiesa vetusta la poetica scansione era in assoluta comunione con i suoi arredi più consueti e accoglieva i fogli con le scritture come singole speciali preghiere. Le lettere tagliavano la carta, la frantumavano con furiosa sofferenza e le bende, al contrario, lenivano e proteggevano divenendo un bozzolo senza spiragli, un riparo compatto e definitivo. Sui piani abituati ad accogliere mani strette su accorati pensieri, si snodavano i segni di una lingua sconosciuta eppure familiare.
In “Percorsi dello spirito anno duemila” era una bronzea sagoma mitrale a occupare la sala dell’Exmà, l’ex mattatoio di Cagliari convertito a spazio museale. Un portale, da basilica bizantina, chiuso nel drappeggio di una sottile ma coriacea rete metallica dipinta di oro e di viola, di acrilici screziati in infinitesimi tocchi. Una scultura silente e sacrale, a sancire “il principio del dubbio”, a porsi come limite valicabile, come soglia da oltrepassare.Una barriera luminosa a schermare la scura quiete della parte interna, nascosta e costituita da solido legno.Un rifugio anche questo, un involucro quasi organico come le cinque capsule di “Fessura di tempo” (Man Ray 2001), con alcuni nudi e volenterosi esseri umani serrati dentro forme trasparenti che animavano di voci e movimenti un drammatico tableau vivant. Chiusi nelle crisalidi che li imprigionavano, corpi e cuori inutilmente vicini si dibattevano in una lotta solitaria. Sordi gli uni agli altri, nonostante emettessero identici lamenti.Una performance ad alta tensione, documentata da un video e inserita nella rassegna “Stanze”, appuntamento annuale del Man Ray come le movimentate tre giorni di “Imperfetto Futuro”, altra iniziativa no limits riservata a giovani e giovanissimi artisti.Una maratona che mescola i pittori con i musicisti, gli attori coi danzatori e c’è chi declama e chi cucina ed altro ancora, il tutto davanti ad un pubblico spesso trascinato a intervenire e a improvvisare.
Opera ligneaWanda Nazzari ha organizzato e allestito una serie impressionante di mostre, aiutato nuovi talenti, spolverato alcuni noti e dimenticati, ha fatto (e fatto fare) mezzanotte per una lenza mal stesa, un chiodo non allineato, un accostamento insoddisfacente. Rigore è la parola che pronuncia più spesso.cVerso se stessa innanzitutto, in una sfida contro legni riottosi, pannelli pesanti, composizioni impervie. I suoi polittici (...) sono come i campi di ulivi cantati da Garcia Lorca. Si aprono e si chiudono - come un ventaglio, scriveva il poeta - si mostrano diversi sul dorso e sul fronte e come la vecchie piante accolgono nidi che sono schegge che si nascondono e interrompono la verticalità di elementi alti, sottili, regali. Sono legni scolpiti a certosini colpi di sgorbia e poi dipinti di lampi e fulgori, sculture che si raccolgono una accanto all’altra o si allontanano in un ordine geometrico scandendo lo spazio.Gli stessi cromatismi coprono le vibratili superfici dei pannelli incisi, quadri dove pittura e scultura si alleano e si fondono per catturare la luce e rifrangerla.
Se il bianco è un trasformista, il viola è un giocoliere. Sempre in agguato, anche sotto rossi rugginosi, fulgidi turchesi, scurissimi blu, verdi da abissi oceanici. Il colore viola intride legni e carte, sfiora quadri e installazioni, si riduce a una macchiolina, si allunga come un’ombra mai del tutto scura. Indispensabile, perché significa rigenerazione. E taumaturgico, perché rimargina le ferite del legno, colma i solchi della sgorbia, si stende come balsamo, come manto austero e regale, innerva gli altrimenti placidi acquarelli. Un colore che si stende sui grandi pannelli scolpiti, si infila in minuscoli giacigli di tela olona lacerata, lega nidi divisi che si affidano, per ritrovarsi, a un unico sottile rivolo. Tremolante, spesso, interrotto e attorcigliato in garbugli che sembrano inestricabili ma tenace come la bava del ragno. Il nido, dice l’artista, ” è il luogo dove si nasce”, è principio e fine. Un nucleo abraso da fratture e lontananze, gomitolo filato dal fuso delle Parche e che in Wanda Nazzari mantiene una tattilità che riporta al domestico cucire e trasformare. Bella è la tela grezza in quel color corda di vele e lenzuoli, opaca stoffa di continuo lacerata in striscioline sottili e puntute e lanciata come i ponti tibetani a collegare rive e valicare fiumi.
“Le voci illese”, altra installazione (Man Ray, anno 1999) contava una serie di piccole teste bendate immerse nel calore di una terra nera e grassa. Germogli che si lasciavano dietro strascichi di tessuto strappato come lacrime o radici.
Dove il gesto non risolve, soccorre la parola. Quella poetica, di versi raccolti dai libri o vergati dalla stessa autrice che, anche nelle dediche scritte a matita sui suoi lavori, rivela un talento rimasto per ora non conclamato ma di finissimi accenti. La scrittura come segno grafico, il comunicare attraverso parole mischiate ai pennelli, lettere friabili e minute e reticenti.

Alessandra Menesini

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un ampio stralcio del saggio di Alessandra Menesini tratti da "Wanda Nazzari, Opere", CUEC editrice,
collana: Segni
Cagliari, giugno 2006

Per richiedere il libro: www.cuec.eu