I colori della catarsi

 

Wanda NazzariDicono che il Man Ray, palpitante catacomba di sogni, non riesca a incorniciarla adeguatamente. Per capire Wanda Nazzari e il suo mondo, bisognerebbe incontrarla nello studio di campagna vicino Muravera, dove nascono e crescono le opere di una certa importanza e di una certa dimensione. Per esempio, quel "Principio del dubbio" che pare una sorta di memento, idea-guida d’una vita artistica. In realtà, il Man Ray si addice e spiega Wanda Nazzari meglio di quanto non si pensi, e proprio in mezzo a un coro di voci, quando i suoi stanzoni s’affollano di visitatori, giovani artisti, ragazzi che vorrebbero trovare spazio e voce col teatro e nella pittura, nella poesia e nelle installazioni.
Aperto nel 1995, il Man Ray resta il primo e unico punto d’incontro sperimentale in una Cagliari distratta e indifferente. Da qualche tempo a questa parte perfino le istituzioni – che non negano sostegno anche a ciò che non porta voti – si sono garbatamente defilate. Wanda Nazzari, invece, resiste. Resiste – come se quei locali fossero una stazione di privatissima via crucis – perché ha una concezione apostolica della vita, rigore laico dell’arte comunque intesa, bisogno costante e irrinunciabile di scoprire talenti e aiutarli nel tormentato cammino della carriera. Il suo è, insomma, un vivido senso francescano della categoria (categoria in senso lato, chiunque faccia arte è iscritto d’ufficio). Ma qui è il confine, qui bisogna fermarsi. La personalità è forte, il carattere difficile, i sentimenti senza cedevolezze compromissorie. «Non ci sono vie di mezzo: la gente mi vuol bene oppure mi detesta». Dicono che tutto dipenda da un mecenatismo intriso di iperselettività.Nato come scuola di fotografia e allargatosi quasi subito in un ampio ventaglio espressivo, il Man Ray è stato per un momento – ma solo per un momento – una tappa obbligata per gli artisti cagliaritani. C’erano tutti, giura chi ci è passato. Giorni di dibattito, di confronto, di scontro, di verifica sulle vie dell’arte. Poi, pian piano, è cominciato l’esodo, un allontanamento premeditato e programmato. Dietro, non c’è una ragione precisa se non l’incapacità (tipicamente sarda) di fare gruppo, di superare un senso nascosto di competitività. E di invidia, occorre dirlo. Non ne è immune neanche chi viaggia ad alta quota, chi abita ai piani alti della cultura: sensibilità e ispirazione non riescono a ignorarla del tutto, a soffocarla in nome di un progetto elevato e qualificante.
Per Wanda Nazzari non è facile riconoscere che l’invidia sia il peccato originale dei sardi (una malaria che nessuna Rockefeller foundation può debellare). «Credo sia un sentimento diffuso, una condizione, lo stato delle cose». A ben guardare, l’invidia aiuta anche a decifrare certe chiusure interpretative, le ristrda Pittura e  sculturaettezze dell’ambiente artistico locale, l’impossibilità di aprire e di aprirsi agli altri. La storia, casomai servisse, può offrire un’eccellente attenuante: nessuno è mai riuscito a dominare i sardi. Ci hanno provato un po’ tutti, dai romani ai Savoia ma non ce l’hanno fatta fino in fondo. Colpa (o virtù, a seconda dei punti di vista) d’una naturale diffidenza verso l’esterno, verso tutto ciò che arriva da fuori. […]
Detto questo, diventa indispensabile capire ruolo e funzione dell’artista. Wanda Nazzari parte dall’abicì, dai fondamentali direbbero gli sportivi: «Arte è urgenza di dire. Lo scrittore, che a mio parere è un primo artista, racconta con la penna, io invece lo faccio con i colori». Che hanno una voce e una forza a seconda dei momenti, della forma che riempiono, dello stato d’animo. Il viola, che è materia invasiva delle sue tele, è per esempio il colore dell’introspezione. Talvolta sconfina nel nero, altre – come nelle ultime produzioni – si accende di rosso, ma in ogni caso non scompare mai del tutto. Non è vessillo di cupa visione leopardiana, senso quaresimale dell’esistenza: semmai, colore dell’approfondimento.
Perché proprio il viola e non un’altra tinta? «Questo è un interrogativo che non mi pongo. I colori vengono, si formano e prendono corpo mentre lavoro a un’idea». È un po’ quel che accade a certi romanzieri quando riferiscono che i personaggi dei loro libri finiscono per vivere di vita propria, sovrastare, mettersi al volante della trama. E, in una certa misura, si scrivono addosso il proprio destino, si costruiscono la sorte, il plot che pagina dopo pagina plasmerà la narrazione. Sia chiaro: nulla che cada dall’alto, l’ispirazione resta una questione terrena, un requisito dell’artista, uomo tra gli uomini, e nient’altro: «Sono credente ma non ho mai pensato, neanche per un istante, che la mia mano possa essere guidata dal soffio di Dio, da un Dio immanente e vitale in ogni manifestazione dell’uomo.
PolitticoLavoro alacremente e con fatica, quel che poi vedete in mostra è frutto esclusivamente del mio cervello. Debbo tuttavia confessare che in qualche occasione la domanda me la sono posta.
Di fronte a un risultato positivo, esito di un lungo travaglio interiore, mi sono chiesta se a guidarmi non fosse stato qualcosa di immensamente grande. Come se l’opera appena conclusa mi avesse visto soltanto come esecutrice della forma o poco più». Sensazione tutt’altro che rara, questa, tra gli artisti. Si tratta della folgorazione di un attimo, di uno smarrimento del cuore che sfiora – per un nanosecondo – l’estasi, fino a far sentire il peso lieve d’una mano altissima e onnipotente. Che in realtà non c’è, non esiste e, se comunque ci fosse, lascerebbe a ciascuno governo di sé e delle proprie scelte, comprese quelle artistiche. Lo smarrimento, per le speciali categorie che hanno la fortuna di avvertirlo, è un brivido lungo, una scossa di beatitudine e timore, lampo di felice disorientamento, congiunzione con l’universo. (...)
Conscia che l’artista debba vivere il suo tempo immersa nella società che la circonda, Wanda Nazzari ha scelto di comunicare per metafore. Ritiene di nessuna importanza che un artista geometrico possa essere inteso fino in fondo: quel che conta è che riesca comunque a trasmettere un’emozione, un piacere per gli occhi e la mente. D’altra parte la Venere del Botticelli è solo in apparenza di facile lettura. Per gli esperti, per gli addetti ai lavori, conserva segnali che una visione non specialistica e disinformata non può dare.
Questa premessa è doverosa per comprendere a fondo la lingua tagliata dei nidi che la Nazzari ha costruito-prodotto-dipinto in molte occasioni. Il nido è il simbolo dell’uomo, del rifugio, della nascita e della protezione. In un mondo omologato e senza più strada, il nido finisce per essere una trincea difensiva dove rigenerarsi, morire e rinascere. I fili che li tengono uniti, uno all’altro come grani allentati di un rosario, sono il legame sottile che sopravvive in un habitat di straordinaria disumanità.
Dal nido si fugge, si parte aiutandosi con ali (altra metafora) che consentono di riprendere un viaggio interrotto o mai fatto. Le ali rappresentano il cielo, l’infinito, la libertà, il bisogno di volare che ciascuno di noi ha sentito, almeno una volta.
La necessità di opporsi-resistere-risorgere, ovvero la catarsi quotidiana di chi non vuole essere sopraffatto da un sistema-marmellata, si coglie anche in un’altra opera fortemente simbolica e di notevole intensità: Le voci illese. Rappresentano il coro, la pazienza e la forza di un fuoco vitale che nessuno riuscirà mai a spegnere fino in fondo: sono voci che non si arrendono, che restano intatte nonostante grigie macerie urbane, la disfatta tutt’attorno. Flebili e stanche, com’è ovvio che sia in un mondo senza luce, ma in ognLe  voci illesei caso pronte a gridare in ogni momento il diritto alla felicità, alla gioia.
Le antenne d’artista al tempo di Internet sono, naturalmente, sensibili al nuovo, al rapidissimo cambio di costume e di gusto, alle cromature gelide delle video-installazioni, ai nuovi dizionari che mescolano parole e colore. Wanda Nazzari viene dal figurativo, periodo che non rinnega e che ritiene un mezzo espressivo assolutamente valido e attuale: «Dipende da come lo vivi, da come lo senti». Se n’è allontanata «non perché lo ritenessi superato ma semplicemente perché avevo intravisto un percorso inedito, diverso». (...)
Difficile chiedere quale sia il bilancio, violare una naturale ritrosìa che – come nei lavori in viola – è sobrietà, eleganza asciutta. Wanda Nazzari tende a dire che sono gli altri a dover giudicare (ed è naturale) ma è anche vero che ha coscienza e consapevolezza dei giudizi arrivati da una voce di dentro. (...)
Della Nazzari dicono che «si occupa d’arte prendendo pugni sui denti», nel senso che ha armato la sua sensibilità per proporsi e proporre giovani artisti, spezzoni di neo-avanguardia, apolidi per definizione e per istinto di conservazione.
Basterebbe questo per avere la certezza d’aver lasciato un’impronta, di aver vissuto senza chiudersi in una soddisfatta ed egoistica solitudine. «Non mi piace fare bilanci, trarre conclusioni perché la vita è movimento, storia che continua e non finisce. (...) Quanto a lei, al valore e al significato del suo lavoro, dovranno parlare i critici e non un profilo come questo, nota di cronaca che prova a tracciare giusto un ritratto umano e non artistico. Partendo da una curiosità: come vive la famiglia dell’artista, come si convive con marito e figli quando l’arte è un’idea quasi ossessiva, quotidiana, permanente?
«Anche a questo non è semplice rispondere. Certo, non è facilissimo trovare una convergenza, un punto d’equilibrio tra le mie esigenze e quelle dei miei familiari. So di sottrarre tempo agli affetti, al normale tran tran fatto di piccoli impegni, piccoli e piccolissimi ma importanti se c’è da badare ad altri oltre che a me stessa». (...)
La voglia di difendersi l’ha aiutata nel tempo a capire anche le ragioni degli altri: concetti, se si fa un minimo di attenzione, che affiorano ancora oggi nei suoi lavori. Gli altri sono sempre presenti, interlocutori necessari e irrinunciabili «in qualunque opera faccia. Posso dire che la mia, al di là dei risultati, è arte di impegno. Impegno nel senso che è sempre rivolta all’umanità, alla gente del mio tempo, alle sue angosce e ai suoi problemi. Che sono, naturalmente, anche i miei». Sbagliato dunque pensare ad un’interiorità pessimista che esprime inevitabilmente sogni e tinte in viola. «Ma il viola, l’ho detto, non è il colore della sofferenza. È quello che aiuta l’introspezione, a guardarsi dentro».
Guardarsi, d’accordo: in che modo però, avendo chiara e netta la cognizione del dolore? Tenuto conto che senza aver attraversato il dolore non si può assaporare la gioia, l’introspezione deve far macerare un vortice di sensi e ragione fino a trovare la speranza. «Credo che nelle mie opere sia sempre presente un segno di positività, la volontà e la forza di una rinascita che è poi il risollevarsi dalle cadute di ogni giorno, dalle disillusioni che lastricano la vita». L’importante è non perdere di vista la rotta: dal silenzio di un nido, l’uomo deve sempre uscirne rafforzato, sicuro di poter riaffrontare il volo e una nuova esperienza.
Non c’è bisogno di scomodare i sacri testi (marxiani) per dibattere il ruolo dell’arte e, di conseguenza, quello di chi la fa. Pur rifiutando di dichiarare la scelta ideologica, peggio: partitica, la Nazzari si pone in una posizione di esistenziale distacco dalla politica spicciola. Preferisce schierarsi sui grandi temi, scendere in campo – come ha fatto in occasione della guerra in Bosnia – con l’unico linguaggio che conosce. «Ed è questo e nessun altro, secondo me, il ruolo dell’artista: vivere in mezzo agli altri, coglierne paure e sogni, rielaborare i concetti e trasformarli in un messaggio visivo che penetra i sensi». Irrilevante, com’è ovvio, la forma del messaggio: dal video al pennello, dalla scultura alla parola.
Dovere dell’artista è non rinunciare mai: ad esserci, a raccontare, emozionare, commuovere. Balthus, che viveva in una blindatissima solitudine, lo ha fatto con un figurativo che miscela e risolleva l’ansia, il gelo e l’angoscia dei rapporti umani.
Wanda Nazzari, che si protegge dietro lo schermo di un carattere duro per ammortizzare generosità e delusioni, si affida a quella che in fondo è un’antologia di favole, all’epica dei visionari, alla certezza che qualcuno vedrà-ascolterà-capirà. E tanto basta per sentirsi meno soli nel purgatorio della quotidianità.
La morte si sconta vivendo, dice il poeta. Meglio consumarla senza ripensamenti, sprofondando nel destino e nelle guerre di tutti.

Giorgio Pisano

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un ampio stralcio del saggio di Giorgio Pisano tratti da "Wanda Nazzari, Opere", CUEC editrice,
collana:
Segni, Cagliari, giugno 2006
Per richiedere il libro:www.cuec.eu