Ai margini del viola

Ai margini del viola(…)L’aspetto cromatico è sempre presente nell’opera della Nazzari, a partire dalle sue prime sperimentazioni ove il bianco acquista un valore assoluto. È questo significato simbolico del colore, da lei ben assimilato e vissuto nel corso della sua attività, che, nel tempo, ha attirato l’attenzione di artisti e letterati. (…)
Wanda Nazzari guarda soprattutto dentro se stessa ed in questa ricerca interiore, quasi un viaggio nell’anima, tenta di rispondere ai perché della vita, si sforza di penetrare l’essenza delle esperienze anche dolorose e di trarre dal profondo la forza dell’esistere che trasmette anche a noi, spettatori, attraverso le sue opere: esse costituiscono un percorso di solitudine, di fatica, percorso che, tuttavia, tende sempre a condurci verso una meta illuminata dalla luce della speranza. Tutto questo è alla radice della sua ricerca: l’artista, partendo da esperienze vicine alla tecnica grafica, ha affinato le sue capacità con un uso sapiente della materia che, anche quando è cartacea, rivela un’applicazione razionale e logica, tesa ad ottenere effetti ottici i quali rispondono ad una concezione tridimensionale che, già dagli inizi della sua attività, la avvicinava alla scultura. Pensando, infatti, a Wanda Nazzari ci si può chiedere se il termine più appropriato che ormai contraddistingue il suo operare artistico non sia quello di scultore, anche se per lei, sempre tesa verso nuove sperimentazioni, dotata di notevoli, poliedriche capacità la definizione rischia di assumere una valenza generica e convenzionale, atta solo a distinguere l’artista che opera sulle tre dimensioni. La sua materia prima non è il bronzo, né il marmo, ma lo spazio entro il quale elabora le sue creazioni: uno spazio trasformato in immPolitticoaginazione che avvolge chi lo penetra, facendolo precipitare in un non luogo dove la mente perde i suoi riferimenti alle familiari e tranquillizzanti tre dimensioni della scultura tradizionale.
I materiali usati sono i più semplici ed elementari: solo apparentemente, però, perché il modo in cui essi vengono impiegati e, fra questi, soprattutto, il legno che nelle opere in mostra acquista un valore quasi paradigmatico, produce un’immagine percettiva complessa. Le mani dell’artista scavano, con piccoli attrezzi da incisore, minuscole ferite nella materia lignea controfilo, ferite che sembrano aperte dalla lenta erosione degli agenti atmosferici o, quando si schiudono in spaccature più ampie e profonde, paiono procurate dal calore del fuoco che ha arroventato la materia senza, tuttavia, distruggerla. (…)
I legni dei Polittici vivono forti e fieri delle loro ferite come gli alberi sopravvissuti al fulmine, i quali trovano nelle riserve di cui la natura li ha abbondantemente dotati, la capacità di continuare a vivere. Avvicinandoci alle “stele”, costruite e assemblate con una grande intensità partecipativa e creativa, si ha la sensazione di essere attratti da una corrente destabilizzante il nostro reale, attraverso la quale si entra in un universo onirico, carico di un senso di ignoto e di infinito. In questo universo non si percepisce, però, l’ineluttabilità di uno spazio fagocitante e distruttivo, ma la serenità di un nascondiglio accogliente, luogo di memoria, di riflessione, angolo di meditazione e, perché no, di preghiera che ognuno di noi potrebbe adattare, spostando i singoli pezzi, alla propria realtà esistenziale. Guardando quella scheggia di materia infuocata, staccatasi dal nucleo centrale, la quale vive ora di vita propria, su una parete, ne abbiamo una impressione rassicurante, come di un astro caldo e luminoso: il pensiero corre ai Nidi, una pagina a parte, ben delineata nell’attività dell’artista, a partire dai primi anni Novanta. Con una sensibilità che porta ad una partecipazione umana al dolore singolo e cosmico, la Nazzari trova nel “nido” una costruzione – rifugio dove chiudersi, meditare, per poi aprirsi con una percezione cosciente del flusso della vita quotidiana.
Le ali, cariche di significati simbolici, diventano il mezzo indispensabile per muoversi con leggerezza negli spazi dello spirito: si chiudono lungo il corpo quando ci si rannicchia nei propri pensieri, si aprono in tutta la loro ampiezza quando si vola in alto, leggeri verso una dimensione che trascende la condizione umana, memori, però, della propria limitatezza, come già ci rivelava il mito mostrandoci tragicamente l’avventura di Icaro. Nei pannelli lignei della Nazzari, sempre caratterizzati dalla lavorazione a scaglie, i Frammenti assumono la valenza di polarità che si attraggono e solo alla fine si toccano, in uno spazio che viene interiorizzato sempre attraverso un colore, il viola, evocativo di una forza profonda e lontana che assume una sua fisicità nella materia rude e fine al tempo stesso: rudezza e finezza, analizzate nel profondo, costituiscono anch’esse polarità apparentemente in contrasto le quali trovano, però, nella loro forza di attrazione, la possibilità di congiunzione.
Non è facile fare raffronti, accostamenti, fra l’opera della Nazzari e quella di altri artisti, soprattutto contemporanei. Comunque, gli avvicinamenti sono sempre discutibili e vanno inseriti in un quadro di reciproche esperienze non sempre documentabili. Ma se un nome può farsi, è quello di Emilio Vedova che fin dagli anni Sessanta con i suoi Plurimi in legno rompevo lo spazio antico dei quadri per ribaltarlo attorno all’uomo che vi si trovava immerso e, al tempo stesso, colorava i suoi legni di un nero grumoso e profondamente cupo dove emergeva il bianco e, talvolta, alcune lacerazioni di rosso a denotare la rabbia dell’artista contro la società capitalistica. Ma non c’è rabbia nella Nazzari, c’è una poeticità interiore, una speranza profondamente vissuta di un mondo migliore; il pensiero non può che fermarsi su un confronto: chi brucia un libro brucia un uomo è un opera in ferra di Vedova del 1993, destinata alla biblioteca di Sarajevo, colma di dolore, ma foriera di speranza. Una speranza che appare in tutta la sua promessa e la sua luminosità, pur col carico di sofferenza che porta con se, in una grande installazione della Nazzari, dello stesso anno, il presepe A Sarajevo ancora.

 

 

Maria Luisa Frongia, catalogo "Ai margini del viola", 1998