Come fili di spada

Come fili di spadaL’impatto emotivo è di sicuro molto forte. Davanti all’installazione di Wanda Nazzari si vive un’esperienza polisensoriale che, oltre la vista, coinvolge contemporaneamente l’olfatto, per l’odore intenso e penetrante della terra, e l’udito, per l’atmosfera avvolta in un ricercato silenzio, amplificato dalla specificità del luogo scelto ad accogliere l’opera.
Gli elementi scultorei emergono da una distesa di terriccio sparso sul pavimento che li circonda e in parte li ricopre; conservando intatta, pur nel debole affiorare, tutta la loro evidenza plastica. L’installazione diventa mappa nella quale poter rintracciare i percorsi reconditi del dramma interiore, le pulsioni emotive che dalla vita si generano e nella vita stessa, nell’esperienza quotidiana, si consumano. Forma e natura costituiscono il binomio dominante, sviluppando un intrigante e complesso scambio di energie: la terra, elemento naturale che irrompe nella sua verità in un contesto capace di esaltarne le specificità fisiche, convive con le sculture lignee forgiate dall’operosità e dall’ingegno dell’artista. Un’integrazione tra arte e vita che affonda le radici, pur con le dovute distanze cronologiche e ideologiche, nelle sperimentazioni in seno all’Arte povera, promotrice a partire dalla fine degli anni Sessanta, dell’inserimento nell’operazione artistica di forme sottratte alla realtà naturale nel loro concreto manifestarsi.
Il legno nelle mani di Wanda Nazzari diventa testimonianza tangibile di una dimensione intima: nasce tra l’artista e la materia una sorta di armonia esistenziale. Dal lento e faticoso lavoro di incisione emergono grandi capacità manuali e artigiane, che certamente sono frutto di eredità formali acquisite con la pratica incisoria. L’artista scava creando delle spaccature, di vari spessori e dimensioni, quasi a voler sondare le profondità della materia al fine di condurla metaforicamente alla vita. Il bisogno di indagine sulla struttura interna della materia rimanda a nobili esempi del panorama scultoreo novecentesco da Henry Moore, che “lavorava il blocco compatto arrivando fino al suo centro” (KraussCome fili di spada_particolare, 1981), a Barbara Hepworth per la quale “la vitalità non è un attributo fisico o organico della scultura – è una vita spirituale interna” (Hepworth, 1937). Nelle formelle scultoree della Nazzari, fulcro centrale dell’installazione, il discorso si complica: la materia si dispone totalmente ad accogliere il colore, abbattendo ogni confine tra pittura e scultura. Un colore intenso e imbevuto di luce irrora gli intagli, alludendo all’esistenza di una fonte di energia che vive al centro della sostanza inerte. Percezione rafforzata dal contrasto cromatico con le gradazioni del viola, cifra distintiva delle sperimentazioni cromatiche dell’artista, e con le tonalità scure e “pesanti” della terra. Legni che rimandano alle trasparenze dei toni dell’alabastro e colore come sensibilità che si materializza, a richiamare nuovi significati simbolici. Metafora dell’anima che risorge, immediatamente evocata dalla presenza della terra generatrice di vita. Sculture che si dispongono su un’unica linea a ricreare suggestivamente l’idea di un cammino verso la luce, rafforzato dalla presenza dello spiraglio luminoso della feritoia, aperta nel muro spesso dello spazio che accoglie l’installazione. Simbolo dell’anima, che purificandosi si eleva.
Interpretazione in chiave spirituale come solido trait d’union con tutta la precedente produzione di Wanda Nazzari, sempre intrisa, in un continuo rinnovarsi di formule, di una forte tensione mistica che avanza sul filo di intense pulsioni interiori.


Rita Pamela Ladogana
, catalogo STANZE XI edizione "Utopie del quotididano", 2010