Nei libri di Wanda Nazzari il ritorno all'Origine

Schiusi come ali, con le pagine velate, sono i “Libri” di Wanda Nazzari. Libri di legno scolpito su cui la scrittura traccia solchi che si illuminano perché la parola è azione, è vita, è filo che ricuce. Il logo si nasconde sotto strati di tessuto di rame, sotto le stesure di un colore rugginoso. Si deposita nel fondo di piccoli crateri prodotti dalla sgorbia e subito colmati dai pennelli. All'(In)visibile di via Barcellona 75 - spazio raccolto e vetusto, per l'occasione completamente ridipinto di bianco - in mostra sino al 10 aprile sette pezzi accomunati da un unico titolo: “Origine”. Sette come i peccati capitali - scrive Efisio Carbone in catalogo - come le virtù teologali, come i bracci della Menorah, come i passi di Siddharta sui fiori di loto. Un numero, fortemente simbolico ricorrente nelle fiabe, nelle religioni, nel mito.
I frammenti di versi, di lettere ebraiche, di carteggi personali sono protetti da una rete metallica che si squarcia in più punti, si strappa e si lacera ma resiste. E il nucleo a cui il trasparente rame si aggrappa, prende ancora una volta la forma dei “nidi”, una tenera sovrapposizione di scaglie e di punte, di minuscoli scudi, di infinitesimi tocchi cromatici. Sono risolti tra luce e buio, questi libri scanditi sulle pareti come tappe di un percorso. Si assomigliano, nella loro faticata fattura, perché hanno la medesima genesi. Nascono da un'esigenza di scavo e introspezione condotta per antitesi. Indicare e celare, ammettere e negare, ferire e lenire. L'incisione sottrae peso a una materia, il legno, che si mantiene salda come le Tavole della Legge. Ingabbiati nel loro involucro cedevole, i testi che non si possono sfogliare sono densi di segni controllati e coerenti impressi anche sul retro.
La poetica dei nidi, delle ali, della tela lacerata, del colore viola inteso e usato come forza catartica, è da sempre presente nei quadri, nei polittici, nelle installazioni di Wanda Nazzari. Artista che attraverso un incessante lavoro matto e disperatissimo rielabora il suo pensiero in sempre nuovi moduli espressivi. È il termine riconciliazione, ad apparire frequentemente nel suo lessico. Un'aspirazione all'armonia propiziata dalle strisce di stoffa stramata che ricorda le bende medicamentose, dagli inginocchiatoi fasciati che reggono messali laici. Dalla terra da giardino - grassa, pastosa - da cui spuntano metaforici germogli. E dalle “cattedrali” fatte ad apice, dalle “città mute”, dai “voli”.
Elementi che negli anni tornano, assumendo assetti diversi, in un percorso creativo in cui Rita Ladogana - nel suo contributo sulla brochure corredata dalle foto di Stefano Grassi- individua, a ragione, «suggestive commistioni riconducibili ai più significativi traguardi della ricerca artistica in età contemporanea». I temi affrontati da Wanda Nazzari sono infatti universali, e la sua riflessione sul mondo e i sentimenti, sulle offese e sul perdono, si traduce in bagliori di luce e nelle pause di una necessaria oscurità fecondatrice.
«Un invito al silenzio»: così l'artista definisce la sua opera. E aggiunge agli esiti estetici delle sue sculture dipinte e tridimensionali una valenza poetica esplicitata da alcune sue liriche lette per la prima volta in pubblico, la sera dell'inaugurazione, dall'attrice Rita Atzeri: “Traiettorie pericolanti/ a lambire la paura/ la fragilità /l'impotenza di soccorrerti”. Versi, ma l'autrice li definisce semplici righe, che aprono spiragli, mettono a nudo i vuoti dell'anima, parlano di un “centro” riferito a uno dei punti chakra della meditazione Za Zen.

 

Alessandra Menesini, L' Unione Sarda, 05/04/2011