Passages

 

Nei percorsi intrecciati di un lungo itinerario, costruito da oltre vent’anni, il nido è vocabolo unificante del lessico pittorico e scultoreo di Wanda Nazzari, che in esso ha voluto opportunamente individuare il sottile filo rosso dei molteplici momenti connessi all’evento espositivo e performativo orchestrato dalla sua abile regia. “Metti un nido in Cittadella” è narrazione corale, sapientemente articolata, che si genera e si definisce nelle relazioni tra arte visiva, poesia, danza e musica, per raggiungere i territori più diversi dello spettro emozionale. Un attraversamento tra differenti linguaggi estetici che muove dalle tracce prescelte dell’universo creativo dell’artista per giungere alla formulazione inedita e originale di un’operazione complessa, suggestivamente ispirata al modello della rappresentazione sinestetica, di memoria wagneriana, incentrata sull’ideale incontro e corrispondenza tra le arti. Wanda Nazzari, attiva promotrice di cultura artistica, concepisce momenti di contemplazione e azione, in cui si combinano la dimensione dell’istantaneità propria dell’opera d’arte con l’estensione temporale connaturata alla rappresentazione. I luoghi prescelti a fare da quinta alla scena sono scrigni preziosi, depositari di storia e di memoria; sono importanti realtà museali del capoluogo cagliaritano deputate per intima vocazione ad aprirsi alla collettività, propensa a ritrovare in esse l’espressione, tra le più alte, della propria identità culturale. Nella complessa trama di itinerari tracciati dall’eterogeneità delle collezioni che abitano il Museo Archeologico, la Pinacoteca Nazionale e il Museo Etnografico Regionale, ubicati negli spazi della Cittadella dei Musei, Wanda Nazzari inventa percorsi inesplorati e stabilisce inedite relazioni. Percorsi dinamici, concepiti in stretto dialogo con gli spazi e le opere esposte, suggeriti dalla specificità dei contesti che ne arricchiscono e ne amplificano il significato.
L’arte contemporanea convive così con i linguaggi, le storie e i racconti di epoche differenti in un rapporto reciproco in tensione verso nuove creazioni di senso; si innesta nel preesistente attraverso un’ossequiosa e vivificante coesistenza, valendosi del merito di saper creare inattese atmosfere e stimolare letture ancora ignote.
Ogni singolo atto dell’operazione messa in scena, dalle pièces teatrali al linguaggio della danza, riconduce e si rapporta a Passages, la mostra personale di Wanda Nazzari, il cui percorso si snoda a partire dagli spazi della sala dedicata alle mostre temporanee. Il titolo, evocativo di straordinarie densità di significato, è quello scelto dall’artista per l’installazione che apre il percorso espositivo; “opera magna” pensata e creata nel 2014 come anima edificante dell’intero progetto artistico, del quale riesce ad esprimerne metaforicamente il significato più profondo. Passages invoca aperture, trasmutazioni di senso, attraversamenti da un immaginario a un altro, diverso e nuovo. Passages incorpora l’idea di movimento, di mutazione e di comunicazione, richiamando la complessità e l’altezza dei concetti universali espressi nei passages di benjaminiana memoria. E’ dunque invito a interrogare le opere d’arte, visitando fisicamente gli spazi ed esplorando metaforicamente i percorsi più intimi, partendo da noi e dal nostro tempo.
L’installazione è composta da tre porte di legno che occupano lo spazio e abbracciano il vuoto, in una visione di forte impatto scenografico; sono porte umili e disadorne, in straordinario equilibrio tra imponente presenza ed esile fragilità. La materia si dispone ad accogliere la purezza del bianco e i segni indelebili della scrittura che l’artista ha inciso con infaticabile lavoro di ricercata precisione. Scrittura questa volta indecifrabile, riferita a un codice sconosciuto, mai usato prima, ma sempre in inscindibile continuità con il significato profondo che la costante presenza delle parole assume nelle invenzioni di Wanda Nazzari. Parole necessarie a serbare il segreto profondo della memoria individuale e storica, trovando la più libera trasfigurazione nella concentrazione drammatica della materia. Il racconto, così solidamente scalfito, richiama l’attenzione e accompagna lo sguardo verso aperture di luce, attraverso possibili e attesi passaggi di speranza. La ricerca dell’artista muove sempre dal presente storico, facendosi portatrice di ansietà collettive e ponendosi come istanza problematica; è incessante riflessione sulla condizione dell’uomo contemporaneo nella peculiare contingenza storica. Come nei nidi embrione, che proseguono la sublime sinfonia in bianco progettata per la sala mostre: frammenti di legno assemblati in esili oggetti scultorei custoditi dalle pagine bianche poggiate in immacolati leggii nell’installazione Il cerchio aperto, concepita nel 2001, dove il cerchio richiama simbolicamente «l’immagine cellulare nella quale l’essere, lentamente, acquista la sua prima possibilità di esistere» (Frongia). Nidi come fragili barlumi di vita, cuore pulsante dello spazio contemplativo e speculativo della creazione, sintesi estrema di leggerezza e raffinatezza.
Ancora bianco e ancora legno, trasferiti in una forma di grande impatto plastico, sono materia della scultura Grado Zero, nata dalle intense emozioni provocate dalla visita dell’artista al Museo Ebraico di Berlino. Maestosa come una stele, carica di intenzionalità simbolica, la materia lignea è lavorata con mestiere sicuro, con strumenti che hanno permesso all’artista di aprire, di scavare, di smussare e affilare l’opera per restituire la materia alla vita. Il bianco si insinua nella fibra del legno animandola, facendola diventare instabile e vibrante, con la complicità della luce che accarezza ogni più impercettibile fessura. Il grado zero nella meditazione zazen, cara all’artista, è la discesa nel profondo, la discesa più estrema, la sola dalla quale è possibile risalire intraprendendo un ascetico percorso di rinascita. Il bianco, sintesi luminosa di tutti colori e simbolo eterno di purezza, diventa mezzo indispensabile del processo catartico della materia e dell’animo umano; processo che si compie nella dimensione sublime dell’arte e nella fiducia in essa riposta.
Wanda Nazzari concepisce la formulazione non figurativa come linguaggio per comunicare le idee, rifuggendo dalla concezione di astrattismo come processo di riduzione schematica della realtà; l’elemento plastico diventa perfetta sintesi formale del pensiero e dell’azione dell’uomo.
Nidi, tessuti, forme e colori si concertano in un’armonica commistione di sensazioni visive e tattili negli spazi del  Museo Etnografico Regionale; il museo che accoglie le espressioni più autentiche della cultura popolare della Sardegna, dai manufatti tessili, ai gioielli, ai lavori di intaglio. Wanda Nazzari si adopera ad intrecciare un dialogo con la ricercatezza dei materiali tradizionali e soprattutto con l’architettura dello spazio espositivo in una condizione di intensa evocatività poetica. Così la visione dall’alto, che accoglie il visitatore all’ingresso del museo, è ineluttabilmente rapita da una lunga danza di duecento nidi, accompagnata da un ritmo di pieni e i vuoti, di suoni e di silenzi, in uno straordinario equilibrio tra delicata fragilità e imponenza del preesistente. I nidi sono ancorati all’antico muro in pietra, che incombe sullo scenario architettonico, punto dal quale è partita l’ispirazione creativa dell’artista; nidi che Wanda Nazzari ha chiamato questa volta “approdi”, come ancore di salvezza nel lento e inesorabile affondare di un’umanità che cerca disperatamente un modo per risalire; nidi-uomo, come piace dire all’artista, nati per accogliere e chiamati ad abitare un lembo di terra ignoto, simbolicamente distante dalla fragilità di ogni confine geografico imposto in maniera artificiosa. Un’installazione site specific, creata per l’evento, esempio alto del significato che la progettazione e la composizione assumono nella ricerca e nella sperimentazione di Wanda Nazzari. Sinfonia di contrappunti plastici e accordi formali, raggiunta attraverso un calcolo attento di spazi e di distanze. Incontro ai limiti del sublime tra geometria, ritmo e poesia.
Nessun nido è uguale all’altro, ognuno vive la propria specificità formale in una sintesi di pittura e scultura enfatizzata dalla variazione quasi impercettibile delle sfumature cromatiche nei sottili strati di tarlatana, il tessuto che delicatamente li avvolge. A dare ai nidi una formula di omogenea unitarietà è il nucleo acceso di un arancio intenso, colore di speranza, metafora di rinascita, che si perde, senza mai spegnersi, negli infiniti meandri del viola. Colore, quest’ultimo, chiamato a simboleggiare sentimento e introspezione, divenuto per l’artista, insieme al bianco, travolgente e necessario. Una vibrante gamma cromatica riesce a non compromettere mai l’effetto di levità e di trasparenza; Wanda Nazzari ha da sempre condotto, perfino nella monumentalità e solennità propria delle sue grandi sculture in legno, una ricerca orientata verso l’azzeramento ponderale dell’elemento plastico, in linea con un lungo filone sperimentale che dagli esercizi costruttivisti in poi ha attraversato tutto il Novecento.
Accanto agli Approdi, custodite nelle vetrine, le Opere tessili del 1994 equilibrano la durezza del legno con la leggerezza del cotone stramato in una sensibile interazione di forze. Sottili fili di memoria, invece, legano tra loro fragili nidi ancorati ai fogli bianchi nelle Pagine-libro che l’artista ha iniziato a creare nel 1994, opere ricche di simbolismi, dalla metafora dell’abbraccio al concetto di solidarietà, suggestivamente espresso da quel «filo indistruttibile capace di vincere ogni incertezza» (M.P. Masala, 1994). Parole assorbite dalla morbidezza del cotone e misteriosamente nascoste da un impalpabile tessuto di tarlatana, compongono i Libri-nido realizzati nel 2000; mentre sottili fogli di rame impregnati di viola, inclini a catturare la luce in una infinità varietà di sfumature, ricoprono i libri recentemente realizzati in occasione della mostra.
Con ogni gesto, ogni calcolo, ogni opera, dall’installazione alle sculture, l’artista rende l’occupazione armonica dello spazio museale un’ imprescindibile paradigma.
A ispirare l’intervento di Wanda Nazzari negli spazi della Pinacoteca Nazionale è la sala che ospita le grandi pale d’altare, i suggestivi Retabli dalla struttura complessa e scenografica. La peculiare speculazione sul sacro e la tensione spirituale che sottendono l’intera, multiforme, produzione dell’artista trovano il luogo congeniale per esprimersi attraverso due importanti interventi istallativi, riconducibili a momenti cruciali della ricerca personale e appositamente rivisitati per dialogare con la specificità del luogo. Wanda Nazzari sceglie di collocare le sue opere all’inizio del percorso museale, costruendo una dimensione contemplativa che assorbe dal contesto e al contempo restituisce una nuova esperienza di fruizione, proponendosi di “ accompagnare” il visitatore verso un’inedita lettura del racconto scritto nei dipinti di argomento sacro. E’ apoteosi del bianco, il colore che ha il suono del silenzio e dell’assoluto; il colore con il quale l’artista riesce a dare alle sue opere concretezza di infinito, infondendo loro un’aura sacrale. Ogni frammento materico è impregnato e illuminato di bianco nelle due installazioni che la Nazzari ha voluto opportunamente sistemare una accanto all’altra, arricchendone il percorso esegetico attraverso continui scambi di significato.
Un suggestivo invito alla meditazione su se stessi e sul senso del vivere rappresentano i tre inginocchiatoi bendati che compongono Intervallo, creato dall’artista nel 2006. “Intervallo” inteso come momento di pausa e ripensamento che, nel sollecito a piegarsi, diventa evocativo di pentimento ma anche di totale devozione e amore, riallacciandosi al messaggio salvifico di speranza, centrale nel pensiero estetico dell’artista. Ad accompagnare il rito di purificazione interiore sono i tre libri-scultura disposti sopra gli inginocchiatoi; pagine animate da fittissime incisioni e minuscole pieghe che Wanda Nazzari, con il rigore della regola e la precisione del metodo che la contraddistinguono, ha scavato nella fibra trasformando la carta da semplice supporto in protagonista assoluta. Silenziosa e incerta affiora la parola, ancora una volta ai limiti del leggibile; sono appunti dell’anima, meditazioni personali che trapelano dalla memoria per rappresentare simbolicamente i pensieri più reconditi di ognuno di noi. L’artista si è affidata al libro sfruttandone il ruolo privilegiato di mezzo di comunicazione e interpretandolo come luogo prolifico di una ricerca che ha attraversato tutto il suo percorso creativo, trovando espressione nelle pagine trasformate in libri d’artista, esemplari unici di carta, di tessuto e di legno, caratterizzati da un enfatizzazione sempre originale della funzione estetica del supporto.
Alla consistenza della carta incisa fa da contrappunto l’infinita leggerezza delle quindici pagine riempite di lettere in rilievo, abilmente ricavate attraverso un delicato effetto che non arriva mai a lacerare la fragilità del supporto. Sono le pagine concepite nel 1998 per essere poggiate sugli inginocchiatoi in una installazione intitolata Riconciliazione destinata ad abitare lo spazio antistante l’altare nella Chiesa di Sant’Andrea a Sassari; successivamente riutilizzate nel 2000 in Discesa a zero, secondo una formula che trae ispirazione da tecniche di meditazione orientale, oggi rinascono ad una nuova visione per la Pinacoteca cagliaritana. La scrittura rimanda alle tre lingue della religioni monoteiste, l’ebraico, il greco e l’arabo, alludendo esplicitamente al mistero della fede e alla complessità del rapporto tra vita terrena e ultraterrena che ha segnato l’intera storia sell’umanità. La composizione in forma di piramide che sorge e i supporti per le singole pagine, disposti secondo un graduale sollevamento dal terreno, sono un esplicito riferimento alla simbologia divina oltreché allusione ad un percorso ascetico verso il sovrannaturale, inteso come liberazione dello spirito in una dimensione di grandezza universale, costantemente anelata nel pensiero dell’artista.
Dall’apoteosi del bianco e della carta nella sala dei Retabli nella Pinacoteca all’elezione delle opere lignee come uniche protagoniste negli spazi espositivi del Museo Archeologico Nazionale. Si tratta di una serie di singole formelle e libri-scultura denominata Origine, un lavoro di peculiare fascino nato nel 2009 e ispirato al ritrovamento e alla rilettura di preziose lettere paterne che Wanda Nazzari ha definito come vitale e inestimabile “testamento di luce”. Così le origini della storia individuale si uniscono alle testimonianze delle origini dell’intera collettività custodite nel più importante museo archeologico della Sardegna. Ogni singolo pezzo si carica di un valore simbolico e ancestrale, che lo riconnette alla realtà e quindi a una dimensione radicata alla storia. Le sculture in forma di libro sono esposte nelle bacheche mentre alcune delle grandi formelle sono destinate alle pareti, in un suggestivo effetto visivo per il quale l’elemento plastico sembra generarsi dal supporto murario, in totale simbiosi con l’architettura del luogo.
Secondo un procedimento a ritroso, l’artista si serve della materia prima dalla quale la carta è ricavata richiamando la memoria storica delle tavole incise in argilla di provenienza sumera ed egiziana. Scrive sul legno, con un colore intenso che irrora le lettere scavate, sconfinando dai limiti canonici della scultura per approdare a ricercati effetti pittorici. Domina il contrasto cromatico tra il viola e l’arancio, cifra distintiva delle sperimentazioni cromatiche dell’artista, chiamato a simboleggiare l’esistenza salvifica di una fonte di energia che pare essere trattenuta all’interno della materia inerte. Nei libri la parola, intesa come scrittura introiettiva, è ancora una volta tenuta segretamente nascosta da un sottile tessuto di rame che ne preserva il mistero. «Parola come bellezza, come rifugio, come libertà, come riconciliazione del mondo», recita l’artista, parola che incontra la metafora del nido e come per il nido è necessario custodirla e proteggerla.
Con la serie Origine si chiude il cerchio disegnato da Wanda Nazzari per la Cittadella dei Musei; una linea ideale che simbolicamente si ricongiunge all’origine della vita rappresentata nei nidi embrione de Il cerchio aperto, incontrati all’inizio del percorso. Messaggio di catarsi e di rinascita. L’artista, partendo da una concezione della creazione estetica quale fonte vitale, annuncia coraggiosamente una nuova libertà dello spirito con l’ideazione progettuale del suo percorso, concretizzata nell’esperienza unica del “passaggio” materiale e speculativo attraverso le sue opere.

di Rita Pamela Ladogana, testo in catalogo "Metti un nido in Cittadella", 2015