L'arte contemporanea in un dialogo vivo e aperto con moderne architetture e antiche raccolte museali

Quando Wanda Nazzari ha cominciato a elaborare il progetto di una mostra che presentasse una sintesi della sua lunga attività, era ben consapevole delle difficoltà alle quali sarebbe andata incontro, non soltanto di natura organizzativa, ma anche logistica e burocratica. Voleva, tuttavia, dare forma concreta a un sogno vagheggiato da tempo: dare una nuova pulsione di vita, con la creatività contemporanea insita nelle sue opere d’arte, al grande spazio della Cittadella dei Musei e restituirlo alla città di Cagliari, arricchito di stimoli vibranti che consentissero al visitatore di riappropriarsi del mondo delle proprie tradizioni e delle diverse culture che ne avevano segnato indelebilmente il percorso storico. Lo ha fatto sperimentando un nuovo metodo espositivo, installando i suoi interventi operativi nei siti architettonici e museali sparsi nell’acropoli e disseminati nel verde al di là di quel grande portale d’ingresso che un tempo immetteva nel Regio Arsenale, come si suole ricordare, spesso dimenticando, però, che durante la seconda guerra mondiale era sede del Distretto militare: lì venivano accolte le reclute, anche giovani universitari volontari, coraggiosamente pronti a partire per il fronte.
“Metti un Nido in Cittadella”, complessa e multiforme operazione artistica, è pienamente riuscita nell’intento che costituiva fondamento e fulcro della forma ideativa della Nazzari, quello di coinvolgere la collettività in una migliore conoscenza, quasi in una riconquista, di uno spazio ricco e suggestivo dal punto di vista naturalistico, ma ancora più esaltante per le collezioni straordinarie che accoglie nel chiuso dei suoi edifici bassi, costruzioni integrate con la scenografia naturale della vegetazione con la quale si dissimulano, in uno speciale gioco mimetico che solo un grande architetto poteva concepire. Forse Wanda Nazzari non si rendeva completamente conto di dare corpo, in tal modo, al pensiero che aveva ispirato il progetto del professor Piero Gazzola nella realizzazione a Cagliari della Cittadella Museale della Sardegna, avendo a fianco, dalla seconda metà degli anni Cinquanta, in una collaborazione ventennale, l’architetto Libero Cecchini. Dopo la conclusione dei lavori, nel 1977, il professore scriveva: «Il museo dovrebbe diventare la piazza pubblica, l’agorà, il luogo privilegiato per la nascita di nuove forme di cultura, di nuove relazioni sociali», secondo la sua visione aperta, mai improntata a un formalismo egocentrico o magniloquente. Solo una personalità poliedrica di grande intellettuale come la sua, che univa le qualità tecniche indiscusse di straordinario architetto museografo e di studioso internazionale di restauro dei monumenti, a quelle del filologo, dello storico dell’arte, dell’ingegnere civile, poteva dare energia vitale a così lucide interpretazioni. In esse entravano con acuta lungimiranza anche esperienze come questa legate all’Arte Contemporanea, perché fosse permesso a «chi raggiunge il centro urbano ... di trovare nella cittadella museale momenti di distensione in manifestazioni culturali di diverso genere», capaci di suscitare «attrazione e interesse tanto nello specialista che nell’uomo della strada».
E da ottobre del 2014 fino a gennaio del nuovo anno, per merito della Nazzari, la Cittadella dei Musei ha recuperato la sua vocazione a luogo di confronto dialetticamente costruttivo, in una performance multidisciplinare di un avvenimento espositivo con diverse locazioni, collegate tra loro anche da interventi di danza, musica e recitazione: in tal modo si è dimostrato spazio deputato alla valorizzazione di avvenimenti culturali contemporanei, sempre che alla base di essi ci siano le capacità di trovarne la rappresentazione appropriata, come sosteneva Gazzola. E Wanda Nazzari possiede queste capacità, amplificate e supportate da esperienza intellettuale e intelligenza creativa, tanto da avere avuto l’abile perizia di rimettere in luce anche il centro di gravità delle collezioni ivi custodite e degli ambienti che le contengono.
La Galleria di mostre temporanee, come chiamava Cecchini lo spazio su diversi livelli espositivi, posto sulla destra dopo l’ingresso e illuminato da lucernari circolari e cilindrici, rispondeva a quell’esigenza di attenzione e di attesa, ricercata dagli architetti e perseguita dall’artista con le sue bianche porte, simbolici Passages, che il visitatore incontrava alla sommità di tre gradini, con l’invito sotteso ad attraversarle. Oltrepassandole, oltre a percepirne l’atmosfera ricca di metaforici significati, analizzati con sensibile acribia da Rita Ladogana, il visitatore poteva accostarsi alla cisterna romana protetta dalla sua moderna struttura circolare in cemento armato. Era sufficiente volgere indietro gli occhi per capire quanta armonia unisse il nuovo all’antico, in una simbiosi artistica straordinaria, alla quale si poteva accedere anche attraverso l’imprevisto Passage prodotto da un rapido sguardo. E, intanto, le scale e le passerelle aeree, concepite architettonicamente perché le opere potessero «essere godute da vari punti di vista, da varie distanze e con prospettive diverse», invitavano a nuovi Passages, guidando il visitatore verso il piano superiore: qui erano esposti i primi “nidi”, nuclei simbolici di vita e, perché no, di speranza, parte integrante del titolo dell'operazione.
Altri e numerosi nidi erano “approdati” nella grande mura spagnola del Museo Etnografico, e la balconata, costruita Intervallosopra i contrafforti delle mura sabaude, creava un punto di vista privilegiato per ammirare il loro moltiplicarsi e trasformarsi in generosi attracchi forieri di vita; alcuni si celavano tra le pagine di libri custoditi in bacheche, in una inedita e suggestiva convivenza con manufatti della tradizione dell’artigianato sardo, esposti nello spazio articolato su diversi livelli, tra quinte scenografiche di antiche murature.
Seguendo un percorso soggettivo, si saliva verso la Pinacoteca e, dal giardino principale, si era accolti nell’area dell’ingresso, tra il primo e il secondo guscio dei cinque, in cemento armato a vista, che ne coprono l’ampia cubatura scandita in settori diversi per ampiezza e altezza. L’invito era quello di sostare in una sorta di meditazione-preghiera suscitata da bianchi inginocchiatoi e pagine di libri evocanti sacre scritture, opere che Wanda Nazzari poneva, in un emozionante allestimento, ad apertura dello spazio museale, dove trovano collocazione antichi Retabli. Ancora un nuovo stimolo coinvolgente per guardare con rinnovata attenzione le opere quattro-cinquecentesche e ritrovare, persino, l’aura sacra e il raccoglimento della chiesa di San Francesco di Stampace, dalla quale buona parte di esse provenivano. Come in un sortilegio, questo antico luogo di culto sembrava rinascere dalle macerie della sua demolizione ottocentesca, dandoci la possibilità di ripercorrere la sua navata. Altro risultato insperato raggiunto da un’operazione artistica contemporanea che si era prefissa l’intento di dialogare col passato e di indurci a confrontarci con esso, in una continua sollecitazione a ulteriori approfondimenti.
In un cammino a ritroso, anche cronologico, si entrava nel complesso, ampio e articolato su più piani, del Museo Archeologico, dove l’artista esponeva, in bacheche o in muri a vista, opere lignee vergate da segni, evocatori di antiche scritture, titolate Origine: quasi un omaggio ai reperti di antiche civiltà, che hanno dato forma alle nostre origini, coi quali entravano in un rapporto di relazione. Una compresenza che attraeva e stimolava, ancora una volta, a nuove letture e a interpretazioni critiche tra passato e presente. Ma lasciamo alle pagine che seguono, scritte con grande acutezza filologica e storica da Rita Ladogana, la competenza di approfondire la logica di questo percorso e di tutta la creazione artistica e culturale dell’evento elaborato e realizzato da Wanda Nazzari.
Vorrei, però, concludere ribadendo che l’artista ha saputo assecondare quella visione dinamica di museo alla quale si era ispirata la concezione architettonica, regolata dal ritmo degli elementi strutturali facenti parte di un insieme rispondente a un’esistenza di unità funzionale: la diversa dislocazione delle sue opere e l’interazione delle installazioni in una configurazione composita e, al tempo stesso, armonica e organica, ne sono l’esempio più eclatante. A trentacinque anni di distanza da quel 24 settembre del 1979, quando si inaugurava, per merito di Giovanni Lilliu, il padiglione universitario sede dell’Istituto di Antichità, Archeologia e Arte della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo cagliaritano, oggi, un’iniziativa audace di un’artista poliedrica e dotata di non comune talento come Wanda Nazzari, ha dato forma al sogno di Piero Gazzola, con un programma vivo e vitale. “Metti un Nido in Cittadella” ha, infatti, riaperto il dialogo, allora avviato, tra comunità accademica, museale e urbana, nucleo portante del progetto ideato da due grandi architetti.


Maria Luisa Frongia, testo in catalogo Metti un nido in Cittadella, 2015