Wanda Nazzari un’artista progettuale

Passages

Wanda Nazzari è un’artista, ma anche una promotrice di eventi culturali di arte contemporanea e maestra di allestimenti rigorosissimi. La determinazione fa di lei una creatrice infaticabile, capace ogni volta di leggere il presente e tradurlo nelle sue opere, sia che si tratti di singole sculture, pitture, scritture o installazioni performative o della commistione di tecniche plurime. Se dovessi coniare un termine per inserirla in una determinata procedura artistica, affermerei che è un’artista progettuale, perché ad oggi, non ci sono categorie che possano definirla perfettamente. Il progetto è sempre alla base della sua creazione. L’idea parte da un percorso intellettivo, un’intuizione che matura progressivamente nella mente e la conduce ad una produzione incessante, dove nulla è lasciato al caso, fino al raggiungimento dell’obiettivo. La necessità interiore la conduce a realizzare dei lavori di diverse dimensioni, da piccoli acquarelli che l’artista chiama “pause” a opere di grandi dimensioni, in base al bisogno di sublimare una determinata situazione. Le sue metafore più ricorrenti sono il nido e le ali, che assumono di volta in volta significati universali. “Nido come metafora di vita, di volo, di rifugio e di crescita. Nido come pensiero aggregante, proiezione del futuro, simbolo di creazione, di umanità unita e aperta ad accogliere i fermenti di eredità universali”, afferma l’artista.

È dal nido che prende il nome il suo progetto di arte partecipativa e animazione culturale dal titolo Metti un nido in Cittadella, realizzato negli spazi della Cittadella dei Musei, polo museale e universitario della città di Cagliari (...). Il progetto è a cura del Centro Culturale Man Ray con la collaborazione di numerosi enti istituzionali come l’Università degli Studi di Cagliari e la Cattedra di Storia dell’Arte, il MIBACT (Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici e la Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e Oristano), l’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Regione Autonoma della Sardegna e il Comune di Cagliari. Quest’intervista deriva da una chiacchierata informale durante gli allestimenti della mostra e da un rapporto di frequentazione e collaborazione tra me e l’artista che dura da sette anni.

Pamela Sau: Partiamo dalla tua ultima operazione Metti un nido in Cittadella. Per la prima volta, rispetto ad altre tue Originerassegne come Stanze o Imperfetto Futuro (la prima dedicata ad artisti già consolidati, la seconda ad autori emergenti), realizzi un progetto specifico per un luogo dove la protagonista sei tu. Come è nata l’idea?

Wanda Nazzari: Il progetto nasce dall’intento di studiare e reinterpretare gli affascinanti spazi della Cittadella in una dimensione artistica contemporanea, valorizzandone, al contempo, l’eccezionale portata storica e culturale. La Cittadella dei musei è un luogo che, da sempre, ha avuto per me un grande fascino, un luogo importante che ospita cinque musei ed è sede del dipartimento degli studi storici, artistici e archeologici dell’Università, ma poco frequentato dai cittadini cagliaritani. Con questa operazione, come tu sai, sono riuscita a coinvolgere un tale numero di persone che hanno vissuto la meraviglia dei luoghi, della mostra e delle azioni performative.

P.S.: Un evento di animazione culturale e arte partecipativa dove le performance hanno un ruolo fondamentale. Puoi spiegarmi il perché di questa contaminazione con la tua opera visiva?

W.N.: Ho sempre nutrito una grande passione per il teatro: forma d’arte praticata in giovanissima età. Il teatro, si sa, ti rimane dentro. E infatti, è tornato. Da circa vent’anni vedo l’arte come un coinvolgimento totalizzante di linguaggi. Inoltre, sono sempre stata affascinata dalle esperienze multimediali degli anni ’60 e ’70, che avevano come precursore John Cage e il gruppo Gutaï di Osaka, all’interno delle quali si creavano complesse dinamiche fra i vari linguaggi. Scaricare le proprie energie e al contempo caricarsi delle altrui, in un continuo scambio di forze anche opposte, è diventato sempre più attuale nel campo artistico: quasi un vero atto liberatorio. D’altronde, l’atto della creazione non avviene soltanto con la mente ma con tutto il corpo, costantemente teso alla liberazione del pensiero. L’inserimento della mia regia e dei miei testi nelle operazioni performative, che vanno dalla musica al teatro, alla danza, come per questo evento, accresce la carica emozionale dando luogo ad una visione nuova della mia opera. Durante le dinamiche di movimento performativo è evidente una grande partecipazione del pubblico, che non è mai passivo e talvolta interviene anche fisicamente rafforzando l’idea di spettacolo totale.

P.S.: Passages è il titolo della tua mostra, curata dalla storica dell’arte Rita Pamela Ladogana, ma è anche il titolo della tua installazione inedita: tre porte di legno incise in una calligrafia lineare, dipinte di colore bianco. Puoi spiegarmi il valore che ha per te il concetto di attraversamento?

W.N.: La metafora della porta, più volte elaborata nel mio percorso artistico, ha sempre significato un passaggio attraverso il quale si può entrare in un’altra dimensione che può essere fisica ma soprattutto mentale. Il mio attraversamento vuole essere un invito a entrare in uno spazio di ricerca interiore e di meditazione, il superamento di una condizione terrena, nella ricerca dell’elevazione spirituale, dando ad un concetto personale un valore universale. Inoltre, la scrittura dell’installazione rimanda al significato più profondo della parola, che è parte di noi e contiene il nostro vissuto, ognuno di noi può ritrovare se stesso scorrendo lo scritto di Passages. (...)

P.S.: In che senso le tue opere danno luogo a una “visione nuova” con le preziose raccolte museali?

W.N.: Ogni museo all’inteIntervallorno della Cittadella ha una sua connotazione, io ho voluto instaurare un armonico dialogo con le collezioni, un dialogo che è soprattutto semantico, in linea con i contenuti e la vocazione di ciascuno spazio. In Pinacoteca, ad esempio, nella sala dei Retabli, ho esposto delle opere nate da un percorso spirituale, vissuto attraverso pratiche di meditazione Zazen, che dialogano silenziosamente con le pale d’altare. Intervallo del 2006: tre inginocchiatoi fasciati di bende bianche, che hanno valore taumaturgico e lenitivo e che richiamano alla preghiera, al perdono, al pentimento, sorreggono tre libri scultura, di carta bianca incisa, dove le parole scritte, tratte da testi sacri e da personali considerazioni, assumono un valore universale. Riconciliazione del 1998, formata da 15 pagine di carta bianca dove le parole scritte emergono a rilievo nelle tre lingue monoteiste, ebraico, greco e arabo: un invito al dialogo e alla riconciliazione tra religioni e umanità ferita. L’opera, nata per la chiesa di Sant’Andrea a Sassari, viene intitolata successivamente Discesa a zero dal 2000, ed esposta al museo MAN di Nuoro nel 2007. Nel 2014, negli spazi della Pinacoteca Nazionale, rinasce in forma di piramide che sorge, dando luogo ad una visione nuova. Al Museo Archeologico ho inserito una serie di opere lignee intitolate Origine del 2009, tra cui i sette libri scultura, dove antiche scritture rosso arancio emergono da un viola profondo e si inseriscono perfettamente dal punto di vista semantico e visivo. L’approccio con il Museo Etnografico è stato di innamoramento. L’antico muro all’interno del museo mi ha colpito immediatamente nella visione dall’alto. Per quel muro i nidi (duecento) sono diventati Approdi.

P.S.: Questi “nidi approdi” del Museo Etnografico sono dipinti su tessuto di tarlatana in prevalenza di colore viola e racchiudono un nucleo dipinto di arancio. Un bagliore di luce che li fa brillare come preziose gemme incastonate nella roccia. Un altro invito alla speranza?

W.N.: I nidi, in verità, sono approdi. (...). Ho realizzato questa installazione come catarsi all’attuale momento storico, in cui stiamo vivendo una situazione di “naufragio cosmico”. Il nucleo arancio dei “nidi approdi” ha un significato di vita, e, comunque, di speranza. Buona parte delle mie opere sono catartiche, nascono da travagli reali, e, al loro interno, esiste sempre un bisogno di generare vita. Ogni qualvolta mi sono sentita sconfitta, ho sempre pensato alla rinascita, come consolazione, come atteggiamento positivo nei confronti della vita. Infatti, tutte le mie opere installative contengono questa metafora della rinascita.

P.S.: Oltre al legno e alla carta ho notato che spesso usi il tessuto.

W.N.: Uso il tessuto, a volte stramato, a seconda della necessità e del messaggio che voglio trasmettere. Nel Museo Etnografico ho usato la tarlatana per l’installazione Approdi, il tessuto di cotone stramato per le sculture tessili e per i nidi del 1994 e il tessuto di rame per la serie da Luoghi sospesi del 2009 e per i Libri-Nido del 2014. Il tessuto di rame è stato usato anche per i 7 libri Origine del 2009, inseriti nel Museo Archeologico, posto a protezione di parole vergate che appartengono a degli scritti di mio padre. I nidi embrione, che fanno parte dell’installazione Il Cerchio Aperto del 2001, sono invece protetti da delicata tarlatana bianca. Rimandano al significato di una vita in divenire, da proteggere, e il bianco invita alla meditazione.

P.S.: Il bianco e il viola sono i tuoi colori guida, vuoi svelarmi il significato che hanno per te?

W.N.: Un colore non è mai cercato, ti attraversa, ti invade e ti possiede, arriva un momento in cui è necessario e allora si impone. La purezza del “tutto bianco” mi consente di entrare in una dimensione distesa e, allo stesso tempo, di concentrazione sulla forma che diventa assoluta, e il tempo, quello mentale, si ferma. Il viola è il colore dell’introspezione, del sentimento. Credo di averlo usato da sempre. Inizialmente la sua tonalità era molto debole, si confondeva con gli altri colori, poi ho iniziato a selezionare e la mia tavolozza è diventata sempre più essenziale, con grande prevalenza del bianco e del viola che, nel frattempo, a seconda degli accostamenti, si è caricato di potenza espressiva. Ad esempio, i Libri Origine del 2009 sono realizzati in legno inciso e dipinto di un viola profondo, dal quale emergono le scritture arancio acceso, come un fuoco vitale.

P.S.: Nella tua vastissima produzione hai realizzato opere di diverse dimensioni. Che valore ha il formato nella tua poetica?

W.N.: Il formato dipende da quello che voglio dire e dagli spazi che ho a disposizione. Per esprimere giochi poetici e sottili basta un piccolo formato. Il grande formato lo uso quando sento il bisogno personale di entrare dentro l’opera anche fisicamente, non solo mentalmente. Le mie grandi opere interagiscono nello spazio, non inteso come luogo reale, ma come spazio scenico, dove chi entra, vive l’opera e ne fa parte. 

Pamela Sau, LuxFlux Proto-Type Arte Cintemporanea, 2015