Ekphrasis

EkphrasisLa prima mostra curata da MArte nel 2019 è un omaggio all’artista Wanda Nazzari.
A partire dagli anni ’80, si inserisce nel dibattito sul contemporaneo con una concezione artistica “non figurativa”, che arriva ad annullare i confini tra pittura, scultura e architettura per creare una nuova spazialità, in cui la realtà non viene mai rappresentata, ma mediata da metafore, dal simbolismo cromatico e da percezioni ensoriali che ci conducono direttamente alle porte del suo labirinto interiore.
Per Wanda l’arte è introspezione, dialogo intimo di natura ontologica alla ricerca di risposte che ricompongano la scissione alogica dell’unità interiore. È desiderio di purezza originaria e di liberazione dal dolore tragico che affligge l’essere umano, scarnificando tanto la pelle quanto la corteccia cerebrale dei suoi metamorfici legni. Tra le pieghe del suo dolore s’insinua, infatti, il dolore cosmico (weltschmerz), poiché nella sfera privata e affettiva confluiscono tutte quelle sollecitazioni esterne che la sua sensibilità avverte come vibrazione interna.
Il presupposto fondamentale di ogni lavoro è l’aspetto progettuale che codifica le direttive dell’idea in modo così rigoroso e puntuale da escludere qualsiasi improvvisazione in fase esecutiva. Tra appunti, disegni preparatori e bozzetti in scala, si definisce un iter compositivo che coinvolge corpo e mente in un’esperienza totalizzante di ricerca, che acquista un valore catartico anche attraverso il simbolismo cromatico. In particolare, il viola, il colore dell'introspezione, indica la “transizione”, il cambio di prospettiva che introduce a un’altra dimensione, e ritorna nel tempo, come ansia di rinnovamento, a consacrare il valore salvifico dell’arte.
Le opere selezionate per Ekphrasis appartengono a fasi creative differenti, ciascuna con una propria storia da raccontareEkphrasis nascosta tra i chiaroscuri esistenziali della propria texture. In un nucleo di opere, dalle sculture tessili (1994) ai lavori plastici delle serie Ai margini del viola (1998) e Di rosso e di viola (2003), il processo di transizione è ancora in corso perché il rinnovamento spirituale presuppone il “passaggio” nel silenzio meditativo del bianco (Le Porte - 2000) o della luce (Grado zero - 2014), sia attraverso la parola (il “testamento di luce” di Origine – 2009/2010) sia al di là della stessa, come avviene nelle sculture di carta di Interlinea pagine (2006). Sempre velata, svelata e ri-velata, la scrittura riveste un ruolo essenziale nella poetica dell’artista e può assumere valenza riflessiva, terapeutica e sacrale a seconda dell’intonazione evocativa. A volte viene assorbita nella fluidità del corsivo, risultando indecifrabile, oppure incarna un’enigmatica rivelazione se trascritta in ebraico, greco e arabo, le lingue delle tre “Religioni del Libro”, della Scrittura. La conoscenza, del resto, è figlia della ricerca e parte proprio dai titoli evocativi delle serie, come Interlinea che suggerisce di cercare i significati “tra le righe”: una chiave di lettura valida, con le dovute modificazioni applicative, anche per le opere inedite, in cui è possibile leggere, tra le righe contrastate della materia, i rapporti simultanei di luce, colore e superficie.
Il secondo nucleo di opere selezionate da Marte per Ekphrasis è, infatti, costituito dalla serie completa delle Ipotesi, una svolta innovativa, nata nel clima disteso e successivo alla pubblicazione di Quel Centro al Centro. Un posto in trincea, che ha impegnato personalmente l'artista per alcuni anni, nutrendo in lei il desiderio di riprendere a dipingere, di rigenerarsi nel blu. Nelle Ipotesi curva e Ipotesi blu la scrittura rientra nel segno e si dissolve assieme all’emozione, perché la pittura diventa analitica, autoreferenziale. L’artista, interessata da sempre ai procedimenti operativi in relazione al progetto mentale, si lascia trasportare dalle ragioni del fare e
Ekphrasislavora il supporto ligneo con una consapevolezza lucida e purificata. Prima scolpisce il legno per indagare i valori chiaroscurali nei contrasti tra scalfitture lignee e superfici lisce modulate fino ai minimi rilievi; poi, accende di luce le matrici e le riprende con pennellate di un blu oltremare, indagato nel ritmo dei suoi accenti tonali, difficili da definire perché non hanno ancora un nome: sono anch’essi delle ipotesi vibrate tra il blu e il turchese che tende al verde. Il viola non potrà mai sparire né il rosso, usato sempre per la sua forte vitalità. È appena percepibile nello sfondo, ma acceso in superficie per enfatizzare la struttura di geometrie piramidali che osano guardare più in alto del cuneo rosso di El Lissitskij. Staccandosi dal quadro in dispersioni frammentarie, ri-strutturano lo spazio che, un tempo non lontano, ospitava metafore di nidi che si aprivano al paesaggio. Ma la curvatura del loro ricordo diventa ora forma e geometria.
Wanda Nazzari vive in questa nuova fase creativa una dimensione di Flow, “flusso”, di totale immersione nell’azione pittorica, ma senza perdere consapevolezza dell’esterno, quell’oltre con cui si è sempre confrontata e che, in parte e “solo per ventun’anni”, ritroviamo nel volume curato dall’artista, una riorganizzazione sistematica delle memorie dello storico centro culturale Man Ray, da lei diretto a partire dal 1995.
Pur nella loro esiguità numerica, le opere selezionate per la mostra di Oristano sono rappresentative di una riflessione profonda tra l’arte e la vita di Wanda Nazzari, due sfere che si sovrappongono a tal punto da coincidere. È un’ekphrasis che, attraverso parole e immagini e con il linguaggio poetico ed evocativo che le caratterizza, descrive la vita stessa dell’artista e l’unicità della sua multiforme esperienza sempre proiettata verso il futuro con nuove ipotesi sul possibile.

Flaminia Fanari

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